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Il turismo che cura i luoghi

8 Agosto 2025

Come uscire dalla trappola dell’overtourism e ridare dignità a territori e comunità

C’è qualcosa che si è incrinato nel nostro modo di viaggiare. Inseguendo la bellezza, la libertà, l’evasione, abbiamo finito per trasformare le mete più amate in luoghi invivibili.

Città d’arte trasformate in musei a cielo aperto, spiagge diventate teatri del consumo rapido, centri storici ridotti a fondali per selfie identici. Il turismo, da risorsa economica e culturale, si è convertito in una pressione costante, un rumore di fondo che spezza il silenzio della vita quotidiana, logora l’identità dei luoghi e ne allontana gli abitanti.

Questo fenomeno ha un nome: overtourism.

Non si tratta solo di grandi numeri, ma di un equilibrio rotto. In molte destinazioni europee – da Venezia a Barcellona, da Dubrovnik ad Amsterdam – i visitatori superano abbondantemente la popolazione residente.

Le conseguenze sono evidenti: l’impennata degli affitti, la trasformazione degli appartamenti in alloggi turistici, la scomparsa dei negozi di quartiere, il traffico insostenibile, l’aumento dei rifiuti e l’erosione del tessuto sociale. In alcuni casi, come a Venezia, si è arrivati persino a introdurre un biglietto d’ingresso per i visitatori giornalieri, nel tentativo di contenere il turismo “mordi e fuggi” che travolge la città nei weekend.

Ma l’Italia non è sola. In Europa, sempre più città stanno reagendo con misure coraggiose. A Barcellona, ad esempio, è stato posto un limite rigoroso agli arrivi delle grandi navi da crociera, responsabili dell’arrivo simultaneo di migliaia di persone in poche ore. Amsterdam ha imposto un blocco alla costruzione di nuovi hotel nel centro e ha fissato un tetto massimo di trenta giorni l’anno per gli affitti turistici. Parigi ha creato un sistema centralizzato per monitorare gli annunci online e multare chi affitta illegalmente.

Il turismo che cura i luoghi

Queste misure non nascono da una chiusura verso il turismo, ma dal tentativo di renderlo compatibile con la vita quotidiana dei residenti e con la tutela del patrimonio.

Altri paesi hanno scelto di puntare su un turismo più distribuito, più lento e meno invasivo. In Slovenia, ad esempio, è stato sviluppato un modello chiamato “Slovenia Green”, che promuove destinazioni meno conosciute, borghi e aree naturali, certificando quelle che adottano criteri di sostenibilità ambientale e sociale. In Francia, la rete dei “villaggi di carattere” sostiene piccoli comuni nel valorizzare il proprio patrimonio storico e culturale, attirando un turismo attento, interessato, rispettoso. Anche in Italia, i fondi del PNRR destinati ai borghi rappresentano un’occasione per invertire la rotta, a patto che si investa non solo in eventi e facciate, ma anche in servizi, scuola, trasporti, residenzialità.

La lezione che emerge da queste esperienze è chiara: il turismo non può essere lasciato al mercato, né affidato unicamente alle logiche promozionali. Deve essere governato, pianificato, inserito in un progetto di territorio costruito con e per le comunità locali. Non si tratta solo di gestire i flussi, ma di ridare significato all’atto stesso del viaggiare. Il turista non è un cliente, ma un ospite. E ogni luogo abitato è un bene comune, non una merce da consumare.

Questo cambio di sguardo richiede coraggio e una nuova cultura. Serve tornare a considerare il viaggio come relazione e non come consumo, come occasione di incontro e conoscenza, non come accumulo di immagini.

La Dichiarazione di Glasgow sul turismo e il clima, firmata nel 2021 da centinaia di governi e operatori, parla esplicitamente di un turismo “rigenerativo”: un turismo che non solo riduce l’impatto, ma che restituisce valore ai luoghi e alle persone che li abitano.

Per riuscirci, occorre ascoltare le comunità, tutelare il diritto alla casa, garantire lavoro dignitoso e stabile nel settore dell’accoglienza, ma anche educare i visitatori alla responsabilità. Ogni viaggio lascia un’impronta, e l’impronta può essere leggera o pesante. Dipende da come si viaggia, da quanto si rispetta, da quanto si ascolta.

L’overtourism non è solo un problema urbano. È una questione di giustizia territoriale, di etica del tempo e di democrazia dello spazio. Serve uno sforzo collettivo – pubblico, privato, comunitario – per immaginare un turismo che non divori, ma nutra. Un turismo che cura.

Solo così potremo continuare a viaggiare senza distruggere quello che amiamo. Solo così i luoghi potranno restare vivi, abitati, veri. E il viaggio tornerà ad avere senso, per chi parte e per chi resta.

Immagine nel testo: 2014- MV Arcadia Cruise Ship, Port of Barcelona, Spain ( Ank Kumar ) 01 di Ank Kumar , CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Pietro Giordano

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