Roberto Vannacci ha definito l’apostolo «camerata San Paolo» e ha utilizzato una frase della Seconda Lettera ai Tessalonicesi per sostenere la propria linea contro i sussidi agli immigrati. Non è soltanto una provocazione di cattivo gusto, è la trasformazione della Scrittura in uno slogan politico, aggravata dall’uso di una parola che in Italia appartiene inequivocabilmente al vocabolario del fascismo. E soprattutto San Paolo aveva scritto una cosa diversa da quella che Vannacci gli fa dire.
Ci sono provocazioni alle quali si potrebbe rispondere con una scrollata di spalle, altre invece meritano una risposta perché dietro la battuta c’è un’operazione culturale, politica e, per chi crede, persino offensiva della fede.
Roberto Vannacci, parlando delle politiche per gli immigrati e indicando la Norvegia come modello, ha detto «cito il camerata San Paolo, chi non lavora neppure mangi», utilizzando l’apostolo per sostenere la limitazione dei sussidi a chi arriva da altri Paesi. La frase è stata realmente pronunciata e ha provocato la protesta di undici sacerdoti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno denunciato la trasformazione delle Scritture in un manifesto di esclusione sociale.
Cominciamo da una parola, “camerata”.
Non mi interessa stabilire con un’etichetta se Vannacci sia o non sia fascista, mi interessa ciò che dice. E quando un uomo politico italiano utilizza quella parola sa perfettamente quale memoria sta evocando. Non siamo davanti a un vocabolo innocente recuperato casualmente dal dizionario, tanto più che alla costituente di Futuro Nazionale il termine “camerati” era già stato utilizzato pubblicamente e accompagnato da riferimenti a Giorgio Almirante.
Ma associare quel linguaggio a San Paolo compie un passo ulteriore, significa tentare di arruolare uno dei fondatori del cristianesimo dentro una cultura politica nata quasi duemila anni dopo di lui. È storicamente ridicolo e, per un cristiano, religiosamente intollerabile.
Ancora più grave è ciò che accade alla frase di San Paolo.

Vannacci dice «chi non lavora neppure mangi». Il testo della Seconda Lettera ai Tessalonicesi dice invece «chi non vuole lavorare, neppure mangi».
Non è una sfumatura. Tra chi non lavora e chi non vuole lavorare passa una differenza enorme. Il disoccupato che cerca un impiego, il povero, il malato, l’anziano, il migrante che non riesce ancora a trovare lavoro non sono necessariamente persone che rifiutano di lavorare. San Paolo si riferiva a membri della comunità che sceglievano l’ozio e pretendevano di vivere sulle spalle degli altri, tanto che la Pontificia Commissione Biblica spiega quel passo riferendolo proprio a una condotta oziosa e disordinata.
Lo stesso Catechismo, dopo aver citato quella frase, afferma che il lavoro deve essere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio del lavoro, e che attraverso di esso ciascuno deve poter ricavare quanto necessario per sé, per la propria famiglia e per la comunità. Altro che manifesto contro i poveri.
E se proprio vogliamo arruolare San Paolo nella politica contemporanea, allora bisognerebbe avere il coraggio di leggerlo tutto. È lo stesso apostolo che scrive ai Galati che in Cristo «non c’è Giudeo né Greco», «schiavo né libero», affermando un’uguaglianza che supera appartenenza etnica e condizione sociale.
Vannacci ha naturalmente diritto di proporre politiche più dure sull’immigrazione, di contestare i sussidi, di sostenere che chi può lavorare debba farlo, tutto questo appartiene alla normale battaglia democratica e si può discutere nel merito.
Quello che non dovrebbe fare è prendere un versetto, amputarlo di una parola decisiva, trasformarlo in una specie di ordine da caserma e infine mettere una camicia nera immaginaria sulle spalle di San Paolo.
Gli undici sacerdoti gli hanno chiesto rispetto. La risposta attribuita a Vannacci è stata «Cari parroci, me ne farò una ragione».
Può certamente farsene una ragione. Ma chi considera le Scritture qualcosa di più di un deposito dal quale estrarre slogan può farsene un’altra, che il cristianesimo non ha bisogno di camerati, San Paolo non appartiene a Futuro Nazionale e il Vangelo non può essere piegato, tagliato e adattato per rendere più presentabile qualsiasi programma politico. La politica faccia la politica, se ne è capace e lasci stare i santi.





Commento
Purtroppo assistiamo ad un periodo nero, accostamento voluto, della Politica, trasformata in avanspettacolo, dove Vannacci è il rappresentante
più emblematico. Non avendo idee risolutive per affrontare problematiche inerenti la situazione
socio economica del paese, va avanti con slogan,
che ritiene acchiappa voti, ammaestrato da situazioni precedenti che gli vengono da campagne elettorali già viste dai suoi ex amici di dx.
E non si limita a slogan stupidi ma ora entra in un campo minato e tira in ballo anche i santi e la religione. Saranno le ultime cartucce che spara
questo ex generale o ci dobbiamo preparare a vederne anche di peggio?