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La politica come arte smarrita

16 Agosto 2025

Da Moro, Berlinguer e Donat-Cattin alla deriva dei tecnici e dei populisti

«La politica è azione, ma è anche pensiero», ricordava Aldo Moro. E quel pensiero, negli anni della Prima Repubblica, non era un lusso da intellettuali, ma la bussola indispensabile per chi voleva guidare un Paese. Moro, Carlo Donat-Cattin, Amintore Fanfani, Enrico Berlinguer: leader diversi per ideali e appartenenze, ma accomunati da una caratteristica fondamentale — la politica era, per loro, un’arte.

Non un’arte superficiale, fatta di battute pronte e slogan da talk show, ma la capacità di leggere la società e di trasformare i valori in decisioni concrete. Questi uomini non erano onniscienti. Moro era un giurista e docente universitario, Donat-Cattin proveniva dal sindacato e dal cattolicesimo sociale. Entrambi sapevano di avere bisogno di economisti, urbanisti, ingegneri, e sapevano “tener di conto” di quelle competenze. Ma la guida restava politica: i tecnici servivano un’idea di Paese, non viceversa.

In quell’epoca esistevano partiti strutturati, vere scuole di formazione politica. La Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista, i repubblicani, i liberali: ognuno portava in Parlamento donne e uomini che erano espressione viva di un pensiero collettivo. Il leader non era il frutto di un casting, ma il punto di arrivo di un lungo percorso di militanza e di servizio.

La politica come arte smarrita

Il punto di rottura arriva con la stagione della personalizzazione inaugurata da Silvio Berlusconi. L’idea che la politica potesse essere “aziendalizzata” portò con sé un cambiamento radicale: non più il leader al centro di una comunità politica, ma il leader come brand, attorniato da figure prese dal mondo delle professioni, dello spettacolo, dell’impresa. Ingegneri, commercialisti, avvocati, direttori di grandi catene commerciali, attori di programmi televisivi: molti senza alcuna esperienza politica pregressa, sedettero in Parlamento solo per la fedeltà al capo o per il richiamo mediatico.

Negli anni successivi, la crisi di rappresentanza ha aperto la strada al populismo. A destra e a sinistra sono arrivati “scappati di casa” che hanno fatto della protesta il loro mestiere, alimentando un clima di delegittimazione reciproca. In assenza di una classe dirigente capace di visione, i tecnici hanno assunto il potere decisionale, mentre la politica si riduceva a un’arena di sondaggi e campagne social.

Il problema non è la presenza dei tecnici — necessari in ogni epoca — ma la loro egemonia in assenza di un quadro valoriale. Quando la guida politica manca, la competenza si trasforma in gestione burocratica; e quando la competenza manca, la politica si riduce a teatro improvvisato.

Ritrovare la politica come arte significa tornare a costruire leader capaci di unire valori e competenze, di dialogare con i tecnici senza consegnare loro le chiavi del potere. Significa restituire alla politica il suo ruolo originario: dare un senso al potere e orientarlo verso il bene comune. Come ricordava Donat-Cattin: «La politica non è il potere per il potere, ma la capacità di dare al potere un’anima».

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Politica

Pietro Giordano

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