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Ordine senza regole. Sovranità, deterrenza e ipocrisie nel mondo post-legale

10 Settembre 2025

Dalla Polonia al Qatar, la scena globale è segnata da violazioni di sovranità e reazioni a geometria variabile. Ma se tutti parlano di diritto internazionale e nessuno lo rispetta, cosa ci resta?

L’epoca in cui la sovranità territoriale era intoccabile e il diritto internazionale una grammatica condivisa tra Stati sembra definitivamente alle nostre spalle. Gli ultimi due episodi — lo sconfinamento russo nello spazio aereo della Polonia, con droni abbattuti nei cieli NATO, e l’attacco israeliano a Doha, con un bombardamento chirurgico diretto contro esponenti di Hamas in un quartiere della capitale del Qatar — parlano chiaro. In un caso come nell’altro, ciò che viene messo in discussione non è solo il confine fisico o la responsabilità politica, ma l’intero impianto dell’ordine internazionale così come l’abbiamo conosciuto.

Nelle stesse ore in cui la Polonia attivava l’Articolo 4 del Trattato Atlantico, denunciando la presenza di assetti bellici russi nel proprio spazio aereo, e Israele si assumeva la responsabilità di un’operazione militare su territorio straniero, una parte significativa della comunità internazionale assisteva con la consueta ritualità delle dichiarazioni, delle preoccupazioni “profondamente condivise”, delle riunioni “a porte chiuse”.

Ma nessuno, davvero nessuno, sembra avere la forza — né forse la volontà — di ripristinare l’autorità di una norma comune. Il diritto internazionale è diventato uno strumento retorico, una risorsa dialettica per costruire narrative di legittimazione, non più un vincolo reale.

L’episodio polacco segna un salto di qualità. Fino a ieri, lo scontro tra Russia e NATO era indirettamente giocato sul tavolo ucraino. Ma nella notte tra il 9 e il 10 settembre, lo scenario è cambiato. Diciannove droni russi penetrano il territorio polacco in modo palese e pericoloso, costringendo le forze armate ad abbatterli a ridosso dei grandi centri. Si tratta — lo dicono i manuali — di una violazione di sovranità, ed è irrilevante che l’intento fosse (forse) accidentale o collaterale a un’azione militare in Ucraina.

La reazione polacca, con l’attivazione dell’Articolo 4 della NATO, è contenuta ma significativa: si cerca consultazione, non ancora rappresaglia. Ma la sostanza è chiara: un membro dell’Alleanza Atlantica è stato colpito da strumenti di guerra russi. Eppure, la notizia non scuote granché le cancellerie europee, occupate a dissimulare la fatica della propria deterrenza. Perché se è vero che l’articolo 5 della NATO impone la mutua difesa, è altrettanto vero che l’Europa vive nella costante paura che la sua invocazione reale trasformi la guerra fredda in guerra calda.

Ordine senza regole. Sovranità, deterrenza e ipocrisie nel mondo post-legale

E allora si parla, si ammonisce, si sorvola. Intanto, il principio cardine della inviolabilità dei confini si allenta come un elastico consumato.

Poche ore dopo, a migliaia di chilometri, esplodono le mura di un palazzo nel quartiere Leqtaifiya, nel cuore di Doha. Lì, secondo Israele, si nascondevano alcuni dei massimi dirigenti di Hamas, rifugiati in Qatar da anni e impegnati — paradosso dei paradossi — in negoziati segreti per una possibile tregua. L’attacco è chirurgico, gli obiettivi sfuggono alla morte, ma almeno sei persone restano uccise, tra cui un ufficiale qatariota.

A quel punto, le proteste diplomatiche si moltiplicano. L’ONU parla di “violazione della Carta”. I Paesi del Golfo, l’UE, la Turchia, perfino la Russia, emettono comunicati indignati. Ma tutto si ferma lì. Nessuna sanzione, nessuna vera ritorsione, nessuna mobilitazione. Perché? Perché Israele viene percepito, in questa fase, non come uno Stato canaglia, ma come un attore razionale che combatte un nemico percepito come assoluto. E perché Hamas, agli occhi di molti, resta un bersaglio legittimo a prescindere dal contesto.

Eppure, l’azione resta illegale. Non esistono oggi strumenti legali internazionali che giustifichino un attacco militare in territorio terzo — peraltro non nemico — se non in caso di imminente minaccia armata. La dottrina dell’autodifesa preventiva, spesso invocata, è controversa e mai codificata. Il fatto che Israele abbia agito senza nemmeno un’apparente collaborazione ufficiale del Qatar pone un precedente grave: può uno Stato bombardare un altro Stato sovrano senza dichiarazione, solo perché lì si trovano “nemici” politici o militari?

I due casi sono profondamente diversi, ma convergono in una questione cruciale: l’erosione di un ordine internazionale fondato sul diritto. Oggi non viviamo più nella pax post-novecentesca, regolata da trattati multilaterali, istituzioni sovranazionali, minacce credibili. Viviamo in un mondo post-legale, in cui la forza ha ripreso il sopravvento, e il diritto è tornato a essere lo strumento dei forti.

Non è un ritorno ingenuo al realismo novecentesco. È qualcosa di peggio: un mondo di attori cinici, che si dichiarano ancora devoti alle regole ma agiscono sistematicamente fuori da esse. Un mondo in cui le Nazioni Unite contano solo come forum di dichiarazioni, la NATO è paralizzata dalla paura del passo troppo lungo, e le alleanze regionali esistono solo per bilanciare potere, non per rafforzare legalità.

In questa cornice, la retorica del “diritto internazionale violato” suona sempre più stanca. Perché tutti lo violano: la Russia, con le sue aggressioni ibride; Israele, con la sua logica militare senza confini; la Cina, con le sue imposizioni nel Mar Cinese Meridionale; gli Stati Uniti, quando decidono chi sia il “male minore” da sostenere.

E l’Europa? L’Europa fa appelli, redige risoluzioni, scrive editoriali. Ma non incide. Non protegge come dovrebbe. Non guida, non è una entità unica e per questo è debole.

C’è chi sostiene che l’idea stessa di un ordine internazionale regolato da norme condivise sia un’illusione da tempo sepolta. Eppure, non possiamo farne a meno. Perché senza regole comuni, la geopolitica torna a essere un gioco di predatori. E perché, se le regole sono morte, nessuno può dirsi davvero al sicuro.

La domanda, allora, non è se il diritto internazionale sia stato violato. Lo è, ogni giorno. La domanda vera è: siamo disposti a difenderlo ancora, o abbiamo già deciso che non vale più la pena?

Siamo disposti a rinunciare a qualcosa di nazionale per costruire, finalmente, gli Stati Uniti d’Europa???

Immagine nel testo: City Center, Westbay , Doha – panoramio (2) di Jaseem Hamza, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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