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Pd, un’identità da ricostruire. Le fratture storiche che frenano una vera sinistra di governo

4 Giugno 2025

La crisi del Partito Democratico affonda nelle radici non risolte delle culture politiche fondative. Serve una nuova visione che unisca riforme istituzionali, responsabilità internazionale, lavoro e coesione sociale. Con un centro che torni ad essere forza propulsiva e non mera equidistanza

Il Partito Democratico continua a muoversi in una condizione di incompiutezza, intrappolato tra le sue origini composite e l’assenza di una chiara visione di futuro. Non è solo un problema di leadership o di congiuntura politica: si tratta di una crisi profonda, che affonda nelle radici culturali del partito e nella difficoltà, mai superata, di costruire una sintesi credibile tra le diverse tradizioni che ne compongono l’anima.

Le culture politiche da cui è nato il Pd – quella cattolico-democratica, quella socialista riformista, quella postcomunista migliorista – si sono formate in ambienti separati e sono state a lungo minoritarie all’interno dei propri partiti di riferimento. Questo ha lasciato uno strascico di diffidenze reciproche, ambiguità ideologiche, e un’incapacità cronica di elaborare un progetto comune. Più che fondersi, queste tradizioni si sono giustapposte, ciascuna aggrappata ai propri miti e alle proprie paure.

Il risultato è un partito attraversato da pulsioni contrastanti: da una parte l’utopia massimalista, la retorica pauperista, l’antiamericanismo di maniera, il rifiuto della modernità; dall’altra un riformismo timido, spesso accusato (a torto) di neoliberismo, incapace di imporsi come cultura di governo. In mezzo, una base elettorale confusa, che sempre più spesso sceglie l’astensione o si lascia attrarre dal populismo.

Questa tensione si manifesta con chiarezza su alcuni nodi irrisolti. Il primo è la politica internazionale, dove continua a prevalere un pacifismo ideologico che separa il ripudio della guerra dalla necessità di garantire difesa e ordine internazionale. Un approccio che dimentica il contesto storico e istituzionale in cui è nata la nostra Costituzione e ignora le responsabilità che derivano dalla partecipazione a organizzazioni multilaterali come la Nato, l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Il rischio è quello di un’idea di diritto senza forza, che nella realtà si traduce in una forza senza diritto.

Il secondo nodo è quello istituzionale. Il sistema politico italiano è ancora in parte ingessato da una logica fondata sul sospetto verso il potere esecutivo e sulla paura del “tiranno”. Eppure, negli ultimi decenni, sono state avviate riforme importanti a livello locale – nei Comuni e nelle Regioni – che hanno dimostrato la possibilità di una democrazia decidente, in cui i cittadini scelgono anche chi governa. Tornare indietro, rifugiandosi nel proporzionale e nella logica minoritaria, significa rinunciare alla sfida delle elezioni competitive e accettare l’irrilevanza.

Pd, un’identità da ricostruire. Le fratture storiche che frenano una vera sinistra di governo

Un altro tema cruciale è il lavoro. La battaglia per il salario minimo, se isolata, rischia di essere un alibi retorico. Il vero problema dell’economia italiana è la stagnazione della produttività, che incide su tutti i livelli salariali e indebolisce l’intero tessuto sociale. La risposta non può essere un ritorno al passato, ma una politica industriale nuova, coraggiosa, capace di tenere insieme innovazione, sostenibilità e dignità del lavoro. La ricetta non è la nostalgia del posto fisso, ma l’alleanza tra produttori e il rilancio di investimenti, anche pubblici, su formazione, ricerca, energia.

In questo contesto si inserisce la questione dei referendum sul lavoro. Presentati come una rivincita simbolica, rischiano di trasformarsi in un boomerang per i lavoratori stessi. Le proposte referendarie danno l’illusione di un ritorno al passato, ma non migliorano la condizione dei lavoratori, anzi rischiano di frenare le assunzioni e aumentare l’incertezza, soprattutto tra i giovani. Si tratta di una strategia politicista, che più che rafforzare i diritti, alimenta uno scontro interno al partito, mentre servirebbe confronto e progettualità.

A questa regressione culturale si aggiunge una distanza crescente tra il partito e il suo potenziale blocco sociale. Il Pd non può essere un partito “a tema unico”, né può limitarsi a rappresentare élite urbane o bolle comunicative. Deve tornare a essere un partito nazionale, capace di costruire una rappresentanza ampia e interclassista, parlando a tutte le componenti della società, in particolare ai ceti medi impoveriti e spaventati dalla globalizzazione, dal declino economico e dall’insicurezza sociale.

Proprio in questo contesto si pone il problema del rapporto con le forze di centro, anch’esse all’opposizione del governo di destra. Qui il bivio è netto. Il centro può essere il punto fermo di una conservazione moderata e attendista, oppure può ritrovare il suo volto più autentico: quello di una cultura politica riformatrice, radicata nella storia repubblicana, che guarda a sinistra non per opportunismo ma per vocazione democratica.

Il centro, quello vero, non è mai stato neutralità. Alcide De Gasperi, il padre della Democrazia Cristiana, lo intendeva come una posizione di responsabilità nazionale, capace di costruire ponti tra tradizioni diverse e di orientare il paese verso la giustizia sociale, la coesione e la modernizzazione. Non un centro autoreferenziale, ma un baricentro che guarda al futuro. Oggi, questo spazio potrebbe tornare ad essere decisivo, a condizione che si liberi dall’ambiguità e torni a scegliere: un centro che guarda a sinistra, dentro un progetto di governo credibile, riformista, europeo e costituzionale.

Le convergenze con le forze centriste devono nascere da una comune volontà di costruire un’alternativa di governo, non da una sommatoria di sigle o da mere geometrie tattiche. Il pluralismo dell’opposizione, se ben indirizzato, può essere una risorsa. Ma solo se il Pd saprà svolgere un ruolo propulsivo, capace di dettare contenuti e visione, anziché inseguire frammenti di consenso.

L’alternativa esiste alla cultura e alla politica della destra. Ma non può nascere da scorciatoie o da slogan. Occorre una nuova elaborazione culturale, una visione di lungo periodo, una dialettica interna che non isoli le voci dissenzienti ma le valorizzi. Non basta invocare l’unità: bisogna costruirla attraverso il confronto delle idee, la chiarezza degli obiettivi, il coraggio delle scelte. E bisogna aprirsi a un dialogo profondo con tutte le forze che, a partire da un’ispirazione democratica e costituzionale, vogliono davvero cambiare il Paese.

Un partito che non sa chi è, non può dire dove vuole andare. E senza una meta comune, ogni cammino si perde.

Immagine di copertina: Deputate del partito democratico di Francescorizzo1995, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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