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Quando Trump e Musk risvegliano l’Europa

8 Dicembre 2025

La minaccia esterna come occasione per costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa

C’è una strana legge della politica europea: l’Unione si muove davvero solo quando qualcuno la mette sotto pressione. Non quando il clima è rassicurante, ma quando un vento ostile costringe il continente a guardarsi allo specchio. È accaduto con la crisi dei debiti sovrani, con la pandemia, con la guerra in Ucraina. E sta accadendo di nuovo oggi, sotto la spinta congiunta di Donald Trump e, in un modo diverso ma non meno destabilizzante, di Elon Musk.

La postura trumpiana verso l’Europa – fatta di minacce, dazi, disprezzo per il multilateralismo e sfiducia nei confronti della NATO – ha prodotto in molti leader europei una reazione ambivalente. In superficie, come nota Claudio Cerasa, sembra una strategia “disperatamente ruffiana”, una versione geopolitica del “come è umano lei”. Ogni insulto viene accolto con un ringraziamento, ogni minaccia con un elogio, ogni ricatto con un sorriso diplomatico. Ma dietro questo apparente cerchiobottismo esiste una trasformazione più profonda: la consapevolezza che Washington potrebbe non essere più il garante automatico della sicurezza europea.

La National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca è stata un ceffone: un’Europa “in declino”, indebolita dalla demografia, vulnerabile, destinata – dice Trump – alla cancellazione della propria civiltà. Una provocazione, certo. Ma, paradossalmente, un’accelerazione storica. Perché costringe l’Unione a uscire dal suo sonno strategico.

Dal 2025, per la prima volta nella storia, tutti i paesi europei della NATO hanno scritto nero su bianco il 2% del PIL per la difesa. Diciannove stati hanno presentato i loro piani dentro il progetto Safe, primo vero passo verso una difesa industriale comune. La spesa europea in ricerca militare è raddoppiata in cinque anni. E l’Europa, a livello di aiuti all’Ucraina, ha superato gli Stati Uniti: oltre 100 miliardi stanziati contro i circa 75 americani. Non è ancora un esercito europeo, ma è il preludio necessario: una presa d’atto che non ci si può più affidare ai capricci di un presidente americano per la propria sopravvivenza geopolitica.

Quando Trump e Musk risvegliano l’Europa

In questo stesso scenario, l’influenza di Musk – che controlla infrastrutture digitali, satelliti, vettori tecnologici e persino pezzi di opinione pubblica – aggiunge un’ulteriore dimensione: mostra quanto il mondo sia entrato in un’epoca in cui i poteri strategici non sono più solo statali. Se il continente resta un mosaico di normative, eserciti e bilanci separati, diventa irrilevante non solo verso superpotenze come USA e Cina, ma anche verso figure private in grado di spostare equilibri globali. È un campanello d’allarme ulteriore per comprendere che solo un’Europa federale può disporre della scala necessaria per stare nel gioco.

Sul fronte economico, il continente non si è piegato. Le borse europee nel 2025 hanno tenuto quasi il passo di Wall Street, l’euro si è rafforzato, gli accordi commerciali sono cresciuti. L’effetto Trump – che molti temevano distruttivo – si è trasformato in un paradossale stimolo a riformare e alleggerire ciò che rischiava di soffocare la competitività europea: revisione pragmatica del GDPR, flessibilità nel Green Deal, ricalibrazione delle politiche industriali. Anche qui la pressione esterna ha agito come un acceleratore che l’Europa da sola non avrebbe trovato.

Perfino la politica, spesso impantanata in un euroscetticismo di maniera, ha conosciuto un soprassalto: destre che potevano avvicinarsi al trumpismo – da Meloni ai lepenisti – hanno invece scelto una posizione più responsabile, evitando la tentazione di smontare l’architettura europea proprio quando questa è più vulnerabile. Se Trump voleva dividere l’Europa, il suo stile ha ottenuto, almeno finora, l’effetto contrario.

Tutto questo indica una traiettoria. L’Europa, sotto il fuoco dell’instabilità globale, si sta muovendo verso qualcosa che assomiglia sempre più a un nucleo federale: un bilancio comune strutturale, un debito europeo permanente, una politica industriale unica, e un futuro esercito comune non più come sogno federalista ma come necessità materiale. Gli Stati Uniti d’Europa non emergono da un atto romantico, ma da un’urgenza sistemica: difendersi, innovare, restare rilevanti.

È la logica brutale dei “grandi spazi” del XXI secolo: o giochi come soggetto unitario, o diventi un oggetto della storia degli altri. Trump l’ha reso evidente, Musk l’ha reso ineludibile. Ma l’Europa, che tante volte ha trasformato le sue crisi esistenziali in opportunità di crescita, sembra aver ritrovato un filo di orgoglio. E forse, guardando indietro fra qualche anno, scopriremo che il primo vero passo verso gli Stati Uniti d’Europa non è nato da un grande discorso, ma da una minaccia. E dalla maturità con cui il continente ha scelto di rispondervi.

Speriamo, semplicemente, che continui.

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UE

Pietro Giordano

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