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Trump, Putin e l’Ucraina: la storia di un mondo disposto a sacrificare gli altri per sentirsi forte

14 Dicembre 2025

L’UE senza un esercito unico né un sistema decisionale capaci di difenderla.

Ci sono momenti in cui la geopolitica smette di essere la scienza fredda che descrive rapporti di forza e diventa qualcosa di più intimo, quasi umano: la storia di chi viene sacrificato, di chi resta invisibile, di chi paga le ambizioni dei potenti.

L’Ucraina, oggi, è esattamente questo: un Paese trasformato in moneta di scambio, in terreno di prova, in oggetto negoziabile. Non solo dalla brutalità di Mosca, ma anche dal cinismo di chi, dall’altra parte dell’oceano, immagina la pace come una transazione, non come un diritto.

Ed è qui che le figure di Donald Trump e Vladimir Putin, così diverse nella superficie, finiscono per assomigliarsi.

Putin governa come se la Russia fosse una proprietà personale, un lascito da difendere con ogni mezzo, perfino con la distruzione di un Paese vicino.

Trump vive la politica come un’estensione del proprio marchio, un’arena in cui contano solo la fedeltà, il consenso immediato, l’utilità personale.

Due uomini lontani, ma uniti da un’unica convinzione: tutto può essere negoziato — confini, alleanze, verità, vite umane — tranne il proprio potere.

Per questo l’Ucraina diventa, per entrambi, un oggetto.

Per Putin, una terra da riconquistare.

Per Trump, un dossier da chiudere in fretta, anche a costo di concedere ciò che non gli appartiene.

Da tre anni gli ucraini combattono non per un sogno astratto, ma per qualcosa che ciascuno di noi darebbe per scontato: il diritto di esistere, il diritto di non essere ceduti come un pegno, il diritto di dire “questa è la mia casa”.

Eppure, nel mondo che si va delineando, questo diritto sembra affievolirsi.

Putin avanza perché crede che ogni nazione nata dalla dissoluzione dell’URSS sia solo provvisoria, e che il tempo, prima o poi, gli restituirà ciò che considera “suo”.

Trump promette che “risolverà la guerra in 24 ore”, frase che non è una promessa di pace: è un annuncio implicito di resa.

Trump, Putin e l’Ucraina: la storia di un mondo disposto a sacrificare gli altri per sentirsi forte

L’Ucraina dovrebbe cedere territori, storia, libertà, per consentire al leader americano di rivendicare una vittoria diplomatica.

La logica è identica: gli ucraini non sono soggetti, ma ostaggi del potere altrui.

E in mezzo c’è l’Europa, questa grande casa che ha fatto della pace il suo respiro più profondo, e che oggi scopre la propria fragilità strutturale.

L’Europa non ha un esercito.

Non ha una capacità di difesa unica.

Non ha deterrenza.

E, soprattutto, ha un modello decisionale che richiede l’unanimità anche quando la storia pretende scelte rapide, immediate, dolorose. Mentre Putin decide da solo e Trump decide in un tweet, l’Unione discute a ventisette, spesso paralizzata dai veti di chi, per interesse o paura, blocca ogni passo avanti.

È una democrazia lenta in un mondo rapido.

È un progetto che si fonda sul consenso totale in un tempo che chiede coraggio maggioritario.

Se l’Ucraina venisse “svenduta”, il messaggio sarebbe devastante:

nessuno è davvero al sicuro;

le frontiere non sono più intoccabili;

le democrazie non sono più solide;

l’Europa non è un soggetto geopolitico, ma una periferia vulnerabile.

L’UE rischia di essere non la casa della pace, ma la terra di mezzo tra due potenze che non la rispettano più.

Ci sono città in Ucraina che oggi esistono solo nella memoria di chi ci viveva. Ci sono famiglie che hanno perso tutto, meno che la dignità. Ci sono giovani che continuano a combattere anche sapendo che nessun accordo garantirà davvero il loro futuro.

E c’è una domanda che rimbalza in ogni villaggio, in ogni trincea, in ogni casa senza luce:

Fino a quando il nostro destino sarà deciso da chi non vede le nostre vite, ma solo le proprie convenienze?

Trump e Putin non collaborano, non si fidano, non si amano, ma condividono un’idea tragica del mondo: chi è più debole può essere sacrificato; chi è più lontano può essere dimenticato.

È questa idea, più ancora della guerra in sé, a minacciare l’ordine internazionale.

La storia non ci chiede di scegliere tra Trump e Putin.

Ci chiede qualcosa di molto più difficile: scegliere se accettare o no la logica del sacrificio degli altri.

L’Ucraina non è un territorio da barattare. È un Paese. Una voce. Una libertà.

Ed è soprattutto un promemoria per l’Europa: non ci sarà mai sicurezza senza una difesa comune, non ci sarà mai autonomia senza capacità di decidere a maggioranza.

Se l’Occidente sceglierà di difendere l’Ucraina, non sarà per generosità, ma per difendere sé stesso. Perché ogni confine ceduto oggi sarà una certezza perduta domani. E perché, in un mondo sempre più cinico, la misura della nostra civiltà è ciò che siamo disposti a non sacrificare.

Immagine nel testo: President Donald Trump and President Vladimir Putin meet in Helsinki di Russian Presidential Executive Office, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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