Cosa deve fare davvero la città per competere con le migliori d’Italia
Viterbo sogna da anni di candidarsi a Capitale Italiana della Cultura. Ne avrebbe tutte le carte: un centro medievale unico, una tradizione termale straordinaria, un territorio di borghi che custodiscono un patrimonio ancora in parte inesplorato. Ma la storia delle candidature insegna che la bellezza, da sola, non basta. Per vincere serve una visione che trasformi la città e il suo futuro, non una vetrina che esibisce ciò che già esiste.
La prima domanda da cui partire è semplice: che cosa vuole raccontare Viterbo all’Italia? Nessuna candidatura solida può limitarsi a elencare monumenti, feste o peculiarità locali. Occorre una narrazione forte e riconoscibile, capace di sintetizzare l’identità della città in un’immagine immediata. Viterbo può essere molte cose: la città dei Papi, la capitale dell’acqua e del benessere, la porta della Tuscia, la città del Medioevo vivente. Ma per competere deve scegliere una direzione chiara, costruire una storia coerente e trasformarla in un progetto culturale che guardi avanti.
Accanto alla visione, la città deve affrontare con coraggio la questione della rigenerazione urbana. Una Capitale della Cultura non può permettersi spazi simbolici degradati, quartieri abbandonati o luoghi culturali inadeguati. Viterbo ha bisogno di restituire dignità alle sue piazze, di riportare vita nel centro storico, di valorizzare le terme come risorsa contemporanea e non come nostalgia di un passato glorioso. E soprattutto deve dotarsi di una Biblioteca moderna e centrale, finalmente collocata in un luogo sicuro e accessibile: un presidio culturale, digitale e sociale capace di diventare il cuore di una città che vuole crescere attraverso il sapere.
Un altro nodo fondamentale è quello della mobilità. Viterbo non può candidarsi seriamente senza risolvere le difficoltà di accesso che ogni giorno scoraggiano pendolari, studenti e visitatori. Serve una città che si raggiunga facilmente e in cui ci si muova senza ostacoli, con collegamenti affidabili verso Roma e Orte, mezzi urbani frequenti, percorsi pedonali curati, barriere architettoniche abbattute in ogni luogo culturale. La cultura vive di movimento: senza una mobilità adeguata, anche il progetto migliore perde forza.

Una candidatura, però, non è solo infrastruttura. È soprattutto partecipazione. Le città che vincono sono quelle che riescono a mobilitare il proprio tessuto sociale, a coinvolgere le scuole, l’Università della Tuscia, le associazioni, i centri di quartiere, gli artigiani, i giovani, le comunità religiose e civiche, e soprattutto i comuni della Tuscia, che rappresentano un patrimonio imprescindibile. Viterbo deve costruire un percorso collettivo, capace di generare entusiasmo e appartenenza: una città che si candida da sola si isola; una città che si candida con la sua comunità si rafforza.
Tutto questo richiede un’organizzazione credibile. La commissione nazionale valuta prima di tutto la serietà della governance: la presenza di un comitato scientifico autorevole, di una direzione culturale indipendente, di un piano economico sostenibile, di partnership solide con fondazioni, ministeri, imprese e università. Una candidatura che promette l’irrealizzabile si indebolisce; una candidatura che presenta progetti concreti, anche se meno scintillanti, acquista valore.
C’è poi un tema decisivo: la capacità di Viterbo di pensare la cultura come inclusione e innovazione. Una Capitale della Cultura deve essere una città che non lascia indietro nessuno: anziani, persone con disabilità, famiglie, quartieri fragili. Allo stesso tempo deve saper parlare alle nuove generazioni, offrendo spazi di coworking, laboratori digitali, archivi aperti, musei immersivi, progetti in cui storia e tecnologia dialogano. La cultura non è conservazione statica: è trasformazione, apprendimento, futuro.
Infine, Viterbo deve immaginare un turismo diverso dal solito mordi-e-fuggi. L’obiettivo non è attirare folle distratte, ma costruire un’esperienza che inviti a restare. La città può unire terme, percorsi spirituali e naturalistici, borghi, cammini, enogastronomia, la Macchina di Santa Rosa, il patrimonio etrusco, il Cimitero Monumentale, creando un sistema territoriale integrato. Una candidatura forte è quella che non mette la città sotto una campana di vetro, ma la inserisce in una rete viva che parte da Viterbo e si allarga all’intera Tuscia.
Viterbo ha tutte le potenzialità per diventare Capitale della Cultura, ma il titolo non è un premio al passato: è una scommessa sul futuro. Richiede coraggio politico, scelte chiare, investimenti mirati e una volontà collettiva di cambiare. La vera domanda, allora, non è se Viterbo sia all’altezza, ma se Viterbo voglia davvero crescere. Perché la Capitale della Cultura non premia chi mostra ciò che è stato, ma chi dimostra ciò che vuole diventare.
Immagine di copertina: Il Palazzo dei Papi situato a Viterbo di Albarubescens, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Immagine nel testo: Viterbo, san francesco, esterno 01 di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons





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