Il rumore e la parola
Perche' parliamo sempre di piu' e ci ascoltiamo sempre di meno
Ogni giorno riceviamo piu’ parole di quante un uomo del Settecento ne incontrasse in un anno. Eppure la sensazione diffusa e’ quella di non riuscire a dire, e di non essere ascoltati.
In questo episodio provo a distinguere fra il rumore, che riempie, e la parola, che apre. Sono due cose diverse, e la prima ha imparato a travestirsi da seconda.
Parto da un’osservazione minima: nelle conversazioni di oggi il silenzio e’ diventato imbarazzante. Lo riempiamo. E riempiendolo togliamo alla parola lo spazio in cui poteva risuonare.
Riferimenti citati nell’episodio:
- Romano Guardini, Lettere sull’autoformazione
- George Steiner, Linguaggio e silenzio
Trascrizione
C'e' un'esperienza che credo conosciamo tutti. Siamo in una stanza con altre persone, la conversazione si interrompe per qualche secondo, e immediatamente qualcuno dice qualcosa. Qualsiasi cosa. Il tempo, il traffico, una notizia.
Quel gesto e' interessante, perche' non nasce dal desiderio di comunicare. Nasce dal bisogno di coprire.
Ho cominciato a chiedermi quando il silenzio sia diventato una cosa da cui difendersi. Perche' non e' sempre stato cosi'.
Nelle culture contadine, quelle che i miei nonni ancora ricordavano, il silenzio condiviso era una forma di intimita'. Si stava insieme senza parlare, e non era imbarazzante: era il segno che non c'era bisogno di dimostrare nulla.
Oggi il silenzio va giustificato. Se non parli, qualcosa non va.





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