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Prima della P38

27 Luglio 2026

Dal ’77 alle piazze pro-Palestina: il terrorismo non nasce quando qualcuno estrae una pistola. Nasce molto prima, quando comprenderla, giustificarla e infine non isolarla più. La tragedia palestinese può diventare, per una piccola parte dell’antagonismo europeo, la grande causa capace di ricomporre radicalismi rimasti a lungo dispersi?

Guardando le immagini della guerriglia in Val di Susa viene spontanea una domanda che può apparire esagerata: possiamo tornare alla P38? La risposta, oggi, è certamente no, non siamo nel 1977. Non esistono le Brigate Rosse di allora, non esiste Prima Linea, non esiste un movimento rivoluzionario di massa, non esiste quella particolare combinazione di conflitto operaio, università radicalizzate, organizzazioni extraparlamentari e ideologia rivoluzionaria che caratterizzò una stagione irripetibile della storia italiana. Ma forse la domanda è sbagliata, perché neppure nel 1977 tutto cominciò dalla P38.

La pistola arrivò dopo, prima arrivarono le parole, poi la trasformazione dell’avversario in nemico, poi l’idea che lo Stato non fosse più la casa comune da cambiare, ma l’apparato del potere da combattere, poi la convinzione che la legalità fosse soltanto la legalità dei padroni, poi la violenza sulle cose, poi lo scontro con la polizia. Poi qualcuno fece un passo ulteriore e prese in mano una pistola, è ciò che dovremmo ricordare oggi.

Il ’77 non fu terrorismo, ma dentro il ’77 nacque anche il terrorismo

Bisogna partire da una distinzione fondamentale, il movimento del 1977 non fu un movimento terrorista. Fu infinitamente più ricco e complesso, fatto da studenti, precari, femminismo, radio libere, sperimentazione culturale, nuove libertà individuali, contestazione del lavoro e della società dei consumi. Dentro quella galassia maturò anche una componente che progressivamente attribuì alla violenza una funzione politica. Treccani ricorda che alcuni esponenti del movimento finirono poi coinvolti nel terrorismo e nella lotta armata. Luciano Lama aveva colto con straordinario anticipo il pericolo, denunciò la sottovalutazione dell’estremismo violento che temeva potesse trasformarsi in terreno di coltura del terrorismo. Terreno di coltura, humus. Perché il terrorismo non ha bisogno soltanto dei terroristi, ha bisogno di qualcosa che viene prima.

La zona grigia

Chi entrò nelle Brigate Rosse o in Prima Linea rappresentò una minuscola parte di quella generazione, ma attorno alla lotta armata poté esistere, almeno per un periodo, una zona molto più vasta nella quale la violenza veniva guardata con ambiguità, non necessariamente approvata, a volte semplicemente compresa ed è una differenza enorme. Il terrorista non ha bisogno che diecimila persone siano disponibili a sparare, gli basta poter pensare che diecimila persone, pur non sparando, considerino sostanzialmente giusta la sua analisi della società. Lo Stato è il nemico, il capitalismo è violenza, la polizia è il braccio armato del sistema, la legalità è soltanto uno strumento attraverso il quale chi possiede il potere conserva il potere. Se queste premesse vengono condivise, qualcuno può prima o poi trarne la conseguenza estrema, se il sistema esercita violenza contro di noi, perché non dovremmo esercitarla contro il sistema? È a questo punto che la politica cominciò a perdere.

E oggi?

Qui nasce una domanda scomoda, dove può formarsi oggi una nuova zona grigia? Per molto tempo abbiamo guardato ai centri sociali, al movimento no global, all’area anarchica e antagonista, forse però oggi bisogna guardare anche altrove, alle mobilitazioni pro-Palestina. Attenzione però alle parole.

Non si può affermare che il movimento pro-Palestina sia violento. Sarebbe falso e sarebbe perfino offensivo verso le centinaia di migliaia di persone che manifestano per Gaza spinte da ragioni umanitarie, politiche, religiose o semplicemente morali. Le enormi manifestazioni italiane per la popolazione palestinese hanno mostrato proprio questa ampiezza. A Roma, nell’ottobre 2025, un grandissimo corteo sfilò pacificamente e soltanto successivamente una minoranza diede vita agli scontri; la stessa cronaca ANSA sottolineò esplicitamente questa distinzione. Perché un grande movimento pacifico può contenere al proprio interno anche piccole aree che interpretano quella stessa causa attraverso categorie completamente diverse.

La Palestina come nuova grande causa

La questione palestinese possiede qualcosa che altre mobilitazioni degli ultimi vent’anni non avevano, una straordinaria forza simbolica. Ci sono un popolo, una guerra, migliaia di vittime, bambini, distruzione, sofferenza, c’è Israele, ci sono gli Stati Uniti, c’è l’Occidente, ci sono i governi europei, ci sono le università, ci sono le multinazionali, ci sono le accuse di complicità.

Tutto questo può costituire, per chi possiede già una cultura politica radicalmente antagonista, una formidabile narrazione unificante ed è probabilmente questa la differenza più interessante rispetto alla stagione no global. Il no global contestava un sistema economico, la Palestina offre invece un conflitto concreto attorno al quale possono essere ricondotti molti conflitti diversi.

Capitalismo, imperialismo, colonialismo, Occidente, Stati Uniti, Nato, governi europei, repressione, polizia. Si può costruire una sola grande narrazione e questo, per un’area antagonista che negli ultimi vent’anni era rimasta frammentata in mille battaglie, può rappresentare un elemento politicamente formidabile.

La saldatura esiste già, almeno nelle piazze

Non significa immaginare oscure centrali organizzative, basta osservare le piazze. A Torino, il Primo maggio 2026, ANSA descriveva nello stesso corteo attivisti di Askatasuna e altri centri sociali, collettivi studenteschi, No Tav e militanti pro-Palestina del Coordinamento Torino per Gaza. Le indagini sugli scontri collegati alle manifestazioni pro-Palestina, le cronache giudiziarie hanno fatto riferimento anche a persone dell’area antagonista. Nel maggio 2026 l’ANSA parlava esplicitamente, nell’ambito dell’inchiesta, di “antagonisti”. Dimostrando qualcosa di più semplice, cioè che mondi politici differenti stanno incontrandosi. Studenti, centri sociali, antagonismo, no Tav, attivismo pro-Palestina, sindacalismo di base. Non c’è nulla di illegittimo in questo. La politica è anche contaminazione tra movimenti, ma bisogna osservare quale cultura del conflitto nasce da quella contaminazione.

Il problema comincia quando scompare l’avversario

La radicalizzazione ha infatti un segnale abbastanza riconoscibile, l’avversario scompare, compare il nemico. Non si contesta più il governo Netanyahu, si combatte Israele. Poi non si contesta più il sostegno occidentale a Israele, si combatte l’Occidente, poi il proprio governo diventa complice, l’università è complice, l’impresa che intrattiene rapporti economici con Israele è complice, la polizia che impedisce di occupare un edificio o raggiungere un obiettivo è complice. A quel punto il ragionamento rischia di chiudersi perfettamente. Se dall’altra parte non ci sono più avversari politici, istituzioni democratiche o persone, ma soltanto componenti di un sistema di oppressione, la violenza può cominciare ad apparire moralmente diversa, non violenza, resistenza ed è questa parola che può cambiare tutto.

Quando la violenza diventa “resistenza”

Naturalmente esiste una resistenza palestinese ed esiste il diritto di un popolo a rivendicare libertà, autodeterminazione e dignità, ma trasportare automaticamente la categoria della “resistenza” nelle nostre democrazie produce un cortocircuito pericoloso.

Il ragazzo che a Milano lancia una pietra contro un poliziotto italiano non sta combattendo nella Striscia di Gaza, un carabiniere a Torino non è l’esercito israeliano, la Questura di Bologna non è il governo Netanyahu, un’università italiana non è un avamposto militare. Sono distinzioni perfino banali, eppure la radicalizzazione politica consiste proprio nella progressiva cancellazione delle distinzioni. Tutto diventa parte dello stesso sistema, e se tutto appartiene allo stesso sistema, tutto può diventare bersaglio della stessa lotta, è qui che dobbiamo fermarci a riflettere.

Dal sasso alla P38

La storia italiana dovrebbe averci insegnato che tra manifestare e sparare esiste una distanza enorme, ma quella distanza è composta da molti gradini. Il primo può essere un insulto, poi una vetrina, poi un’occupazione nella quale l’avversario non ha più diritto di parola, poi la pietra, poi la molotov, poi l’aggressione, poi qualcuno comincia a sostenere che bisogna “alzare il livello dello scontro”. A quel punto la domanda decisiva non è quale arma abbia in mano oggi, è quale limite morale riconosca ancora, perché la P38 arriva alla fine, prima viene la cultura che può renderla pensabile.

La P38 diventò infatti uno dei simboli stessi della stagione del terrorismo italiano.

Questo ragionamento contiene un pericolo enorme, che venga utilizzato dalla destra per criminalizzare tutto il movimento pro-Palestina. Sarebbe un errore politico e democratico gravissimo. Una ragazza che scende in piazza perché non sopporta più di vedere bambini uccisi non è un’estremista, un cattolico che chiede pace per Gaza non è un antagonista, un sindacalista che manifesta per il cessate il fuoco non è un potenziale terrorista, uno studente che contesta il governo israeliano non è automaticamente antisemita, la democrazia vive proprio della capacità di distinguere, e uno Stato che non distinguesse fornirebbe agli estremisti l’argomento migliore: avete visto? Per loro siamo tutti nemici.

Non c’è regalo più grande che si possa fare all’antagonismo.

Ma la sinistra deve compiere la stessa distinzione

La responsabilità però vale anche nell’altra direzione. La sinistra democratica non può limitarsi a condannare ogni volta le violenze per poi aggiungere immediatamente un “però”. Ha bisogno di costruire una cultura politica nella quale alcune cose siano molto semplici. Si può considerare devastante la politica del governo israeliano, si può manifestare per la Palestina, si può chiedere il riconoscimento dello Stato palestinese, si può accusare il governo italiano di complicità, si possono occupare politicamente spazi di discussione assumendosene le responsabilità, si può contestare duramente, ma non si può trasformare chiunque stia dall’altra parte in un bersaglio, è qui che torna Luciano Lama. Nel febbraio 1977 entrò nella Sapienza occupata e venne violentemente contestato, non era un uomo della destra, non rappresentava il capitalismo, era il segretario generale della CGIL, eppure diventò un nemico perché rappresentava quella sinistra riformista e democratica che una parte del movimento considerava ormai parte del sistema.

Lama comprese allora che la violenza estremista poteva diventare terreno di coltura del terrorismo.

Il “compagno che sbaglia”

Il punto più delicato arriva infatti dopo lo scontro. Quando qualcuno del nostro campo usa la violenza, cosa facciamo? È allora che si misura la salute democratica di un movimento. Lo isoliamo? Oppure diciamo che bisogna comprenderne le ragioni? È la vecchia tentazione del “compagno che sbaglia”. Non condivido ciò che ha fatto, ma conosco le sue motivazioni. Non approvo il metodo, ma la causa è giusta. Non avrei lanciato quella molotov, però la polizia aveva caricato. È dentro questa sequenza di “ma” che può nascere una zona grigia. Oggi, questa deriva ideologica del “compagno che sbaglia”, si affina ulteriormente definendone i suoi atti come “parafascisti”, ricollocandoli automaticamente nella famiglia del Fascismo

La democrazia comincia invece da una frase molto più semplice: chi usa la violenza non lo fa in mio nome. Poi discuteremo delle responsabilità della polizia, degli eventuali abusi, delle decisioni del governo, di Gaza, di Netanyahu, della Tav, di tutto, ma quella pietra rimane una pietra.

Prima della P38

Allora torniamo alla domanda iniziale. Stanno tornando le P38? No. Oggi non abbiamo elementi seri per sostenere che l’Italia stia entrando in una nuova stagione terroristica, ma la lezione degli anni Settanta consiste proprio nel non aspettare la pistola per accorgersi del problema, bisogna guardare ciò che viene prima, l’humus e domandarsi se dentro una piccola parte dell’area antagonista la causa palestinese non stia diventando qualcosa di più di una mobilitazione contro una guerra, una grande spiegazione del mondo. Un luogo nel quale possono convergere antiamericanismo, anticapitalismo, antioccidentalismo, antagonismo sociale e sfiducia radicale verso lo Stato. Non è la causa palestinese a produrre tutto questo ed è fondamentale ripeterlo. È una cultura politica preesistente che può utilizzare la Palestina come nuovo contenitore. Esattamente per questo la responsabilità maggiore ricade sull’enorme maggioranza democratica del movimento pro-Palestina, essa deve impedire che la propria battaglia venga sequestrata da chi considera lo scontro una forma della politica, deve difendere la radicalità della protesta e contemporaneamente tracciare un confine invalicabile sulla violenza. Lo Stato deve fare esattamente la stessa cosa dall’altra parte, cioè perseguire chi commette reati senza trasformare migliaia di manifestanti in sospetti. È questa la doppia lezione del ’77.

Nessuna indulgenza verso la violenza. Nessuna criminalizzazione del dissenso. Perché tra una bandiera palestinese e una P38 c’è oggi un abisso ed è interesse di tutti — soprattutto di chi manifesta sinceramente per la Palestina — fare in modo che quell’abisso rimanga incolmabile. La storia non si ripete mai nello stesso modo, ma qualche volta ricomincia da piccoli segnali che abbiamo già visto. La pistola viene dopo. Il problema politico è sempre ciò che viene prima.

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Politica

Pietro Giordano

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