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La Costituzione non ha una porta da indicare agli altri

31 Luglio 2026

La democrazia non si difende dividendo il mondo tra chi appartiene e chi deve adeguarsi, ma applicando a tutti la stessa legge, riconoscendo la dignità di ogni persona e costruendo un’appartenenza comune che non cancelli le differenze

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel cominciare un ragionamento demolendo giustamente i pregiudizi fondati sul colore della pelle, sul genere e sull’orientamento sessuale, per poi ricostruire poco più avanti una nuova linea di separazione, non più biologica ma culturale, tra un “noi” democratico, civile e tollerante e un “loro” portatore di valori incompatibili, al quale, se non accetta di adeguarsi, si potrebbe infine indicare l’uscio. È esattamente in questo passaggio che una riflessione apparentemente liberale rischia di trasformarsi nel proprio contrario, perché la democrazia smette di essere una casa comune e diventa una proprietà privata, amministrata da chi si attribuisce il potere di stabilire quali culture siano ammesse, quali debbano essere rieducate e quali persone possano essere accompagnate alla porta.

Naturalmente esistono comportamenti incompatibili con la democrazia, esistono la violenza, la sopraffazione delle donne, l’omofobia, il fanatismo religioso, l’imposizione familiare, il disprezzo delle libertà individuali, ma questi comportamenti devono essere giudicati e sanzionati in quanto tali, indipendentemente dall’origine di chi li compie. Non sono più accettabili quando vengono praticati da un immigrato musulmano, ma non diventano meno gravi quando appartengono a una famiglia italiana, a una comunità cristiana integralista, a un’organizzazione politica neofascista o a un uomo che considera la moglie una sua proprietà. La legge democratica giudica le azioni delle persone, non processa le culture, non istituisce tribunali antropologici e soprattutto non presume la colpevolezza di qualcuno sulla base del luogo in cui è nato, della religione che professa o del gruppo al quale viene associato.

È qui che la Costituzione italiana mostra una saggezza assai più profonda dello slogan «qui si fa così». L’articolo 3 non si limita a dichiarare l’uguaglianza formale, ma affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Gli articoli 8 e 19 riconoscono inoltre l’eguale libertà delle confessioni religiose e il diritto di professare la propria fede, individualmente o in forma associata. Non sono concessioni provvisorie riservate a chi assomiglia alla maggioranza, sono diritti costituzionali della persona.

La Costituzione non dice dunque che tutti devono diventare culturalmente identici, dice che tutti sono soggetti alla stessa legge e titolari della medesima dignità. È una differenza fondamentale. L’integrazione democratica non consiste nel pretendere che una donna musulmana smetta di portare il velo, che una famiglia straniera rinunci alla propria lingua o che una comunità religiosa nasconda la propria fede, consiste nel garantire che nessuno possa imporre il velo, impedire a una ragazza di studiare, costringere un giovane a sposarsi, perseguitare chi cambia religione o discriminare chi vive liberamente il proprio orientamento sessuale. La democrazia difende la libertà di indossare un simbolo religioso e quella di rifiutarlo, la libertà di credere e quella di non credere, non sostituisce un’autorità familiare o religiosa con l’autorità culturale della maggioranza.

Anche il richiamo al paradosso della tolleranza viene spesso utilizzato in modo troppo sbrigativo. Karl Popper non sosteneva che ogni pensiero intollerante dovesse essere espulso dallo spazio pubblico, osservava anzi che, fino a quando fosse possibile contrastarlo attraverso l’argomentazione razionale e l’opinione pubblica, la repressione sarebbe stata imprudente. Il problema nasce quando l’intolleranza rifiuta il confronto, ricorre alla violenza e tenta di cancellare i diritti degli altri. Questo vale per l’estremismo islamista, ma vale nello stesso identico modo per chi assalta le istituzioni, celebra il fascismo, aggredisce gli omosessuali, perseguita gli immigrati, incita all’odio razziale o pretende di stabilire che alcuni cittadini appartengano alla nazione più di altri.

Il vero pericolo per la democrazia non è la presenza delle differenze, ma la costruzione di una gerarchia tra le persone. Quando si afferma che alcune “culture altre” devono adeguarsi ai “nostri valori”, si dimentica che le culture non sono blocchi immobili e che neppure il cosiddetto Occidente è mai stato una comunità naturalmente liberale, pacifica ed egualitaria. Il fascismo, il nazismo, il colonialismo, il razzismo scientifico, la segregazione, la persecuzione religiosa e la subordinazione giuridica delle donne non sono arrivati in Europa sui barconi, sono nati nel cuore della storia occidentale. I diritti democratici non sono un’eredità etnica che abbiamo ricevuto una volta per tutte, sono il risultato di conflitti, resistenze, lotte operaie, battaglie femminili, movimenti civili e testimonianze religiose che hanno trasformato società profondamente ingiuste.

Per questo è fuorviante parlare di valori “nostri” da imporre agli altri. La libertà, l’uguaglianza, la dignità della donna e il rispetto delle minoranze non sono proprietà dell’Occidente, sono principi universali, difesi anche da donne iraniane, dissidenti afghani, democratici arabi, cristiani perseguitati, musulmani riformatori, migranti che spesso hanno lasciato il proprio Paese proprio per sottrarsi alla guerra, al fanatismo e all’oppressione. Considerarli rappresentanti automatici delle peggiori caratteristiche delle società da cui provengono significa condannarli una seconda volta, prima come vittime di quei sistemi e poi come sospetti nelle società nelle quali cercano libertà.

Le parole pronunciate da Leone XIV indicano un’altra idea di convivenza. Parlando dell’America, il Papa ha ricordato come una delle sue maggiori ricchezze il fatto di avere accolto, nel corso delle generazioni, persone provenienti da tutto il mondo, permettendo loro di diventare parte di un’unica nazione. Non ha negato la necessità delle regole, ha invitato i migranti a vivere «in modo ordinato» e ha ricordato che chi commette crimini deve risponderne, ma non ha trasformato questa responsabilità individuale in un’accusa collettiva. Ha chiesto piuttosto di riconoscere la ricchezza di ogni essere umano e la possibilità di costruire una società capace di accogliere nonostante le differenze.

È questa la distinzione che dovrebbe guidare una politica democratica dell’immigrazione: fermezza verso i reati, protezione delle vittime, lotta contro ogni forma di violenza e discriminazione, ma insieme percorsi reali di cittadinanza, scuola, lavoro, apprendimento della lingua, partecipazione sociale e riconoscimento dei diritti. Senza questi strumenti, l’invocazione dei valori costituzionali diventa retorica, perché non si può chiedere a una persona di sentirsi parte di una comunità che la considera eternamente ospite, tollerata soltanto fino a quando resta invisibile e revocabile nella sua appartenenza.

Leone XIV ha affermato anche che la grandezza morale di una nazione si misura dalla sua capacità di proteggere e valorizzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione. È un criterio più esigente della semplice tolleranza, perché non chiede soltanto di sopportare la presenza dell’altro, ma di riconoscerlo come parte della stessa comunità umana.

La democrazia deve certamente smettere di essere ingenua, ma la sua ingenuità non consiste nell’accogliere, nel dialogare o nel tentare di integrare. Consiste piuttosto nel credere che l’esclusione produca sicurezza, che l’umiliazione generi appartenenza, che la marginalità favorisca il rispetto delle regole e che sia possibile difendere la Costituzione tradendone lo spirito. Una democrazia forte non dice «questa è la porta», dice che dentro quella porta la legge è uguale per tutti, i diritti non dipendono dall’origine e nessuno può essere costretto a rinunciare alla propria dignità per dimostrare di meritare la nostra tolleranza.

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Politica

Pietro Giordano

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