La politica considera i quattordicenni maturi quando deve punirli e fragili quando vuole vietare loro qualcosa, ma continua a sottrarsi al compito più difficile: educarli alla libertà e alla responsabilità
Il governo considera un ragazzo di quattordici anni abbastanza maturo da presumere che sappia pienamente ciò che fa quando commette un reato, ma nello stesso tempo lo ritiene troppo fragile per accedere liberamente ai social network. È questa la contraddizione che emerge da due discussioni parallele, quella sul disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, che introduce per i minori tra i quattordici e i diciotto anni una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere, e quella sul divieto di accesso alle piattaforme digitali per gli under 15, ancora fermo in Parlamento. Da una parte l’adolescente viene anticipatamente trasformato in adulto, dall’altra viene ricondotto nella condizione del bambino da proteggere, e in mezzo resta il grande assente della politica italiana, un progetto educativo capace di accompagnarlo verso la responsabilità.
Il provvedimento sull’imputabilità non abbassa l’età minima, che resta fissata a quattordici anni, e non aumenta automaticamente le pene, ma cambia il punto di partenza del processo. Oggi spetta al giudice accertare, caso per caso, se il minorenne fosse sufficientemente maturo per comprendere il significato delle proprie azioni, domani, qualora il testo fosse approvato dal Parlamento, quella capacità sarà presunta, salvo prova contraria. Non è una modifica tecnica, è un cambiamento culturale, perché sposta lo sguardo dalla persona e dalla sua storia al reato commesso, riducendo lo spazio nel quale la giustizia minorile ha sempre cercato di distinguere tra l’atto, anche gravissimo, e un’identità ancora in formazione.
Nessuno può sostenere che un quindicenne che aggredisce, rapina o accoltella non debba rispondere delle proprie azioni, sarebbe una posizione irresponsabile e persino offensiva verso le vittime, ma rispondere non significa necessariamente essere trattato come un adulto più piccolo. La giustizia minorile nasce proprio dalla consapevolezza che l’adolescenza è un’età nella quale la personalità non è ancora definita, le pressioni del gruppo hanno un peso enorme, il rapporto con il rischio è alterato e la possibilità di cambiare resta molto più ampia. Non a caso Save the Children ha ricordato che nel 2024 le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono state appena sessanta, contro le 256 del 2004, mentre i proscioglimenti disposti per la stessa ragione sono stati soltanto quattro. Non sembra dunque che migliaia di giovani delinquenti sfuggano alla giustizia grazie a una comoda dichiarazione di immaturità.
Contemporaneamente si chiede di vietare i social agli under 15, riconoscendo, almeno implicitamente, che a quell’età un ragazzo può essere vulnerabile davanti agli algoritmi, alla ricerca compulsiva di approvazione, al cyberbullismo, ai modelli violenti e alla capacità delle piattaforme di catturare attenzione e desideri. Anche questa preoccupazione è fondata, ma il divieto, da solo, rischia di diventare l’altra faccia della repressione penale, quando il ragazzo sbaglia lo puniamo prima, quando rischia di essere manipolato gli togliamo lo strumento, mentre continuiamo a rinviare il lavoro più difficile, insegnargli a scegliere, riconoscere il pericolo, sopportare una frustrazione, costruire relazioni reali e assumersi le conseguenze della propria libertà. In Italia, peraltro, il divieto non è ancora in vigore e le diverse proposte si sono finora arenate anche sulle modalità di verifica dell’età e sulla tutela dei dati personali.
La scomparsa di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, rende questa discussione ancora più significativa. Don Mazzi ha trascorso la vita accanto ai ragazzi che avevano già sbagliato, spesso molto, senza confondere mai l’accoglienza con l’indulgenza. La sua pedagogia non diceva che tutto è permesso, diceva l’opposto, cioè che nessuno deve essere abbandonato al proprio errore, perché recuperare una persona significa chiederle di guardare il male compiuto, riparare per quanto possibile, imparare un mestiere, accettare regole, fatica e legami. È molto più esigente educare che rinchiudere, perché il carcere può limitarsi a separare il colpevole dalla società, mentre una comunità educativa deve provare a restituirlo diverso.

Il problema è che l’Italia sembra aver perso fiducia nell’educazione proprio mentre ne avrebbe più bisogno. Si invocano pene più dure, controlli, divieti, verifiche dell’età, ma nelle periferie mancano educatori di strada, consultori accessibili, psicologi scolastici, impianti sportivi economici, biblioteche aperte la sera, centri culturali e luoghi nei quali un adolescente possa essere visto prima di diventare un’emergenza. Anche il governo riconosce che dietro molti ragazzi violenti ci sono famiglie assenti, scuole che hanno perso i contatti, quartieri senza opportunità e adulti che approfittano del vuoto, ma questo riconoscimento deve tradursi in investimenti stabili, non restare la premessa sociale di una nuova norma penale.
Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una società adulta deve rispondere anche di ciò che non gli ha dato. La fermezza è necessaria, purché non diventi l’alibi con cui nascondere l’abbandono, e la protezione è doverosa, purché non si riduca a vietare ciò che non siamo riusciti a insegnare a usare. Tra il carcere anticipato e il social proibito esiste uno spazio più faticoso, meno spettacolare e molto più efficace, quello dell’educazione. È lì che si misura davvero la serietà di uno Stato.





Commento
Una società che punta solo alla punizione del minore senza investire nella prevenzione, nel recupero e nel sostegno educativo e familiare dimostra un grave fallimento etico e sociale, riducendo la giustizia a pura repressione.