Le tensioni tra governi non possono trasformare l’Unione in un campo di battaglia permanente tra destra e sinistra. L’Europa è nata quando uomini di culture politiche diverse seppero mettere davanti alle appartenenze un destino comune, oggi è proprio quello spirito che sembra essersi smarrito
Ridurre quanto sta accadendo tra Paesi europei a una sequenza di provocazioni, risposte e contro-risposte significherebbe fermarsi alla superficie, quasi si trattasse di dispetti da scuola elementare, uno fa qualcosa e l’altro replica, poi il primo rilancia e alla fine nessuno ricorda più neppure da dove sia cominciata la lite.
Il problema è molto più serio, perché riguarda l’idea stessa di Europa.
L’Unione non è nata per cancellare le differenze politiche tra gli Stati e neppure per costruire un continente nel quale governi di destra e governi di sinistra dovessero improvvisamente pensarla allo stesso modo, è nata precisamente dalla convinzione opposta, dalla consapevolezza cioè che le differenze, anche profonde, potessero convivere dentro un progetto comune, perché esistevano interessi, valori e responsabilità più grandi delle singole appartenenze.
È questo lo spirito che sembra essersi indebolito.
Quando nel 1957 vennero firmati i Trattati di Roma, l’Europa usciva da pochi anni dalla più devastante guerra della propria storia, francesi, tedeschi, italiani, cattolici, liberali, socialisti, conservatori portavano con sé culture politiche diverse e memorie ancora dolorose, eppure seppero comprendere che continuare a ragionare esclusivamente in termini di interessi nazionali avrebbe significato preparare nuovi conflitti.
De Gasperi, Adenauer, Schuman e gli altri protagonisti di quella stagione non erano uomini senza ideologie, avevano convinzioni fortissime, ma possedevano qualcosa che oggi sembra molto più raro, la capacità di capire dove terminava la legittima contrapposizione politica e dove cominciava una responsabilità comune.
L’Europa nacque proprio lì.

Non dall’assenza di conflitti, ma dalla decisione di non lasciare che quei conflitti distruggessero ciò che si stava costruendo.
Per questo è preoccupante osservare quanto facilmente oggi uno scontro politico tra governi possa trasformarsi in uno scontro tra Paesi, quanto rapidamente una divergenza sull’immigrazione, sulla sicurezza, sui conti pubblici o sulla politica estera possa diventare occasione per riaffermare identità nazionali contrapposte e quanto poco sembri pesare, nel dibattito pubblico, il rischio di indebolire ciò che settant’anni di integrazione hanno pazientemente costruito.
Naturalmente l’immigrazione deve essere governata, le frontiere esterne devono essere controllate, la sicurezza dei cittadini garantita, chi riduce tutto a una questione umanitaria ignorando le paure, le difficoltà e le tensioni prodotte da flussi incontrollati commette un errore politico enorme, ma commette un errore altrettanto grave chi pensa di affrontare problemi europei attraverso una competizione permanente tra governi nazionali.
Non esiste una soluzione italiana contro la Spagna, spagnola contro l’Italia, francese contro la Germania o tedesca contro qualcun altro, perché nel momento in cui ogni Stato cerca sicurezza proteggendosi dagli altri Stati europei, il progetto comune ha già cominciato a perdere.
È qui che destra e sinistra mostrano oggi una debolezza speculare, entrambe sembrano troppo spesso incapaci di distinguere ciò che appartiene alla legittima lotta politica da ciò che dovrebbe invece essere patrimonio comune, la destra rischia di trasformare la sovranità nazionale in un valore assoluto, la sinistra di confondere l’europeismo con un generico progressismo, mentre l’Europa avrebbe bisogno di essere sottratta a entrambe queste semplificazioni.
L’Unione appartiene infatti tanto a chi chiede sicurezza quanto a chi chiede solidarietà, tanto a chi difende il mercato quanto a chi reclama protezione sociale, tanto ai conservatori quanto ai progressisti, perché prima di essere una politica è un metodo, il rifiuto di trasformare ogni divergenza in inimicizia e ogni interesse nazionale in una trincea.
Questo dovrebbe essere recuperato dello spirito di Roma.
Non una celebrazione nostalgica dei padri fondatori, non l’illusione di tornare agli anni Cinquanta, ma la loro lezione politica più importante, la capacità di comprendere che esistono momenti nei quali governare significa anche rinunciare a ottenere un piccolo vantaggio nella polemica quotidiana per salvaguardare qualcosa di molto più grande.
Oggi l’Europa avrebbe bisogno proprio di questo, di governi capaci di scontrarsi duramente nelle sedi politiche e poi tornare a cercare una soluzione comune, di leader che sappiano spiegare ai propri cittadini che cooperare non significa cedere, che una frontiera europea comune può essere più forte di ventisette frontiere nazionali e che sicurezza, libertà e solidarietà non sono parole appartenenti a schieramenti diversi.
Perché quando l’Europa diventa soltanto il luogo nel quale destra e sinistra continuano le proprie guerre nazionali, resta ben poco dell’intuizione che portò ai Trattati di Roma.
E forse il problema più grave non sarebbe vedere ricomparire qualche controllo alle frontiere, sarebbe scoprire che abbiamo dimenticato perché, settant’anni fa, avevamo deciso di toglierle.
Questo, secondo me, è molto più forte del precedente perché non si schiera nella lite, ma mette sotto accusa la povertà politica di chi trasforma l’Europa in terreno di ritorsione invece che in spazio di responsabilità comune.





Commento
Questo il vero spirito Europeo, che fu scritto con il trattato di Roma del 1957, che oggi sembra sia smarrito. Oggi purtroppo viviamo un’epoca di sovranismi e populismi, se non torniamo allo spirito che portò alla nascita dell’Europa non né usciremo, perché nessuno è in grado di salvarsi da solo.