L’immigrazione è diventata uno dei terreni preferiti della propaganda politica, utile per raccogliere consenso attraverso la paura o attraverso semplificazioni opposte. Eppure siamo davanti a un fenomeno epocale, che nessun governo nazionale può cancellare. L’Europa può controllare le proprie frontiere, combattere la clandestinità e stabilire regole comuni, ma se trasforma ogni confine nazionale in un muro rischia di frantumare se stessa proprio mentre avrebbe bisogno di essere più unita. Nel frattempo, nelle scuole e nello sport, l’Italia multietnica esiste già.
Continuiamo a parlare di immigrazione come se fosse un’emergenza destinata prima o poi a terminare, una nave da fermare, un confine da chiudere, un accordo da firmare con qualche Paese africano e il problema dovrebbe scomparire, ma le migrazioni sono molto più grandi delle nostre campagne elettorali, nascono dalle differenze economiche tra le diverse parti del pianeta, dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla ricerca di lavoro e da trasformazioni demografiche che accompagneranno questo secolo.
Secondo le Nazioni Unite la popolazione dell’Africa subsahariana potrebbe crescere di circa il 79 per cento entro il 2054, arrivando a 2,2 miliardi di persone. Questo non significa affatto che quelle persone verranno in Europa, gran parte delle migrazioni avviene infatti all’interno degli stessi continenti, significa però comprendere la dimensione della trasformazione davanti alla quale ci troviamo.
Dall’altra parte del Mediterraneo c’è un’Italia che percorre la strada opposta, nel 2025 abbiamo avuto 355 mila nascite e 652 mila morti, con un saldo naturale negativo di quasi 300 mila persone, mentre il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per 296 mila unità. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti erano 5 milioni e 560 mila, il 9,4 per cento della popolazione.
Pensare quindi che l’immigrazione possa essere semplicemente cancellata significa confondere una promessa elettorale con una possibilità reale.
Questo non vuol dire frontiere aperte. Uno Stato ha il diritto e il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio, di contrastare i trafficanti, distinguere chi fugge da persecuzioni da chi non possiede titolo per rimanere, organizzare ingressi legali sulla base delle necessità del Paese e rendere effettive le decisioni di rimpatrio, ma tutto questo significa governare l’immigrazione, non immaginare di abolirla.

Il problema è che l’immigrato è diventato troppo spesso uno straordinario strumento per raccogliere consenso, si alimenta la paura dello straniero oppure, sul versante opposto, si tratta come intollerante chiunque ponga il problema delle regole, due semplificazioni che producono voti ma difficilmente producono soluzioni.
Il rischio diventa ancora maggiore quando questa logica entra nel cuore dell’Unione europea.
Se ogni Stato, davanti ai flussi migratori, torna progressivamente a chiudere le proprie frontiere interne, quello che rischiamo di perdere non è soltanto la capacità di circolazione degli immigrati, ma una delle conquiste fondamentali dell’Europa. Lo stesso ordinamento di Schengen considera il ripristino dei controlli alle frontiere interne una misura eccezionale e di ultima istanza, mentre diversi Paesi europei utilizzano oggi forme temporanee di controllo.
Perché il meccanismo è pericolosamente semplice, uno Stato chiude, quello vicino risponde, tornano i controlli sulle strade e sui treni, aumentano gli ostacoli per lavoratori, merci e cittadini, fino a quando ciò che doveva proteggerci dall’immigrazione finisce per polverizzare, un pezzo alla volta, lo spazio comune europeo.
Per cercare di fermare un fenomeno che nessuno Stato può fermare da solo rischiamo così di indebolire l’unico soggetto abbastanza grande da poterlo governare.
Non a caso il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal 12 giugno 2026, prova a costruire procedure comuni alle frontiere esterne e un equilibrio tra responsabilità degli Stati e solidarietà europea. Si potrà discutere se funzionerà e se sia sufficientemente efficace, ma la direzione non può che essere quella, una frontiera esterna europea più governata, non ventisette Paesi che ricostruiscono muri tra loro.
C’è però un’altra Italia che sembra aver compreso tutto questo molto prima della politica.
Basta accompagnare i nostri nipoti alle elementari o alle medie. Per loro il compagno con la pelle nera, con genitori marocchini, romeni, nigeriani, albanesi o cinesi non rappresenta necessariamente “l’immigrato”, è il bambino con cui dividono il banco, giocano a pallone, fanno i compiti, litigano durante l’intervallo e poi fanno pace. Nelle scuole italiane la presenza di bambini e ragazzi con cittadinanza non italiana è ormai una componente strutturale e non episodica.
Molti dei nostri nipoti quella frontiera mentale tra “noi” e “loro” non l’hanno mai costruita.
Lo sport racconta la stessa trasformazione in maniera ancora più evidente. La Nazionale italiana femminile di pallavolo è diventata campione del mondo nel 2025 con atlete come Paola Egonu, Myriam Sylla e Loveth Omoruyi, insieme alle altre azzurre, italiane con origini familiari differenti che quando salgono sul podio non rappresentano un’Italia diversa, rappresentano semplicemente l’Italia.
Questo non significa negare i problemi, esistono integrazioni fallite, marginalità, criminalità, sfruttamento, differenze culturali difficili da conciliare, per questo servono lingua, scuola, lavoro regolare, rispetto delle donne, delle leggi, della libertà religiosa e dei principi costituzionali. Integrare significa riconoscere diritti e pretendere doveri.
Ma forse dovremmo avere il coraggio di guardare il Paese reale prima di continuare a dividerlo per ottenere qualche voto in più.
L’Italia multietnica non è il Paese che un giorno potrebbe arrivare, è quello nel quale i nostri nipoti stanno già crescendo. La politica può continuare a costruire muri nella propria propaganda, loro hanno già cominciato ad attraversarli.





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