Nella Prima Repubblica esistevano faccendieri, giornalisti militanti, polemisti e uomini capaci di muoversi nelle zone grigie del potere, ma era molto più difficile che diventassero protagonisti permanenti della scena pubblica. Non perché allora tutto funzionasse meglio, ma perché tra notorietà e autorevolezza esistevano filtri che oggi abbiamo quasi completamente smantellato.
La vicenda che in questi giorni coinvolge Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola, Marco Travaglio e, indirettamente, il nome di Giovanni Falcone offre uno spunto che va molto oltre le persone interessate e persino oltre la polemica del momento.
La domanda è semplice, nella Prima Repubblica personaggi simili avrebbero avuto la stessa visibilità? Probabilmente no, almeno non nello stesso modo.
Non perché allora mancassero personaggi discutibili, intermediari, giornalisti fortemente schierati o protagonisti delle zone meno trasparenti della politica. La Prima Repubblica ne ha conosciuti molti e sarebbe ingenuo rappresentarla come un mondo dominato dall’eleganza istituzionale e dal rigore morale. Esistevano la lottizzazione della Rai, giornali legati ai partiti, rapporti opachi tra politica, economia e informazione, faccendieri che frequentavano ministri, imprenditori e dirigenti pubblici.
La differenza stava altrove. Per conquistare un ruolo nazionale bisognava normalmente attraversare qualche forma di mediazione, un partito, un giornale importante, un’università, un sindacato, un’associazione, una responsabilità istituzionale, una professione esercitata per anni. Anche il giornalista più polemico aveva alle spalle una testata che ne assumeva la responsabilità e ne rappresentava, in qualche modo, il filtro.
Oggi questo meccanismo si è indebolito enormemente. La visibilità genera altra visibilità, una dichiarazione provoca una replica, la replica diventa titolo, il titolo finisce in televisione, dalla televisione passa sui social e dai social ritorna sui giornali. Il circuito può proseguire per giorni, indipendentemente dall’importanza originaria della vicenda. Il personaggio diventa esso stesso la notizia. È questa la trasformazione più profonda avvenuta nell’informazione e, di conseguenza, nella politica.

Un giornalista d’inchiesta come Ranucci avrebbe potuto certamente esistere nella Prima Repubblica, come sarebbero potuti esistere giornalisti fortemente caratterizzati come Travaglio. Il giornalismo italiano non è mai stato neutrale, grandi firme come Montanelli, Scalfari, Bocca o Biagi avevano idee riconoscibili e spesso esercitavano un’influenza politica enorme, ma erano prima di tutto giornalisti.
Oggi il confine tra giornalista, opinionista, protagonista televisivo e soggetto politico-mediatico è diventato molto più fragile. Chi racconta il potere rischia continuamente di diventare egli stesso parte dello spettacolo del potere.
Il caso Lavitola pone una questione ancora diversa. Anche nella Prima Repubblica esistevano faccendieri, mediatori e personaggi capaci di entrare nelle stanze della politica senza possedere un ruolo istituzionale preciso, ma proprio per questo preferivano spesso restare nell’ombra. La loro notorietà arrivava quando esplodeva uno scandalo.
Oggi anche il faccendiere può diventare personaggio pubblico, raccontato attraverso cene, telefonate, amicizie, battute, retroscena, trasformato quasi in protagonista di una serie televisiva. Il problema, però, non riguarda soltanto il giornalismo, riguarda una società che ha progressivamente confuso notorietà e autorevolezza. Essere conosciuti non significa essere autorevoli, avere molti ascolti non significa avere ragione, essere continuamente invitati in televisione non significa rappresentare realmente una parte significativa della società.
La Prima Repubblica aveva molti difetti, alcuni gravissimi, ma conservava una rete di corpi intermedi capaci di selezionare classe dirigente, competenze e rappresentanza. Partiti, sindacati, associazioni, università e grandi organizzazioni sociali costruivano percorsi spesso troppo chiusi, talvolta persino soffocanti, ma imponevano anche tempi di formazione, confronto e responsabilità.
Abbiamo distrutto molti di quei filtri senza costruirne di nuovi, al loro posto abbiamo lasciato l’audience, gli algoritmi, la capacità di generare polemica. Così una società che voleva liberarsi dei vecchi mediatori rischia di essersi consegnata a mediatori ancora più potenti, ma molto meno riconoscibili.
Non sono più le segreterie dei partiti a decidere chi deve parlare, sempre più spesso lo decide la capacità di attirare attenzione. Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci guardando certe polemiche contemporanee, non se i protagonisti ci piacciono oppure no, ma perché siamo diventati una società nella quale essere visibili rischia di contare più dell’essere autorevoli.





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