Il tentato attacco all’aeroporto di Lipsia dimostra che il conflitto non si combatte soltanto al fronte, la Russia punta a colpire infrastrutture, fiducia pubblica e unità politica restando sotto la soglia della guerra dichiarata
Un drone carico di esplosivo, ritrovato il 4 agosto nei pressi di un aereo cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle, non può essere considerato un normale incidente di sicurezza. Dopo le indagini, il governo tedesco ha attribuito alla Russia la responsabilità dell’operazione, sulla base delle caratteristiche tecniche del dispositivo e delle informazioni raccolte dai servizi di intelligence. Mosca respinge ogni accusa, ma Berlino ha annunciato una risposta politica e diplomatica, mentre Ursula von der Leyen ha assicurato al cancelliere Friedrich Merz la piena solidarietà dell’Unione europea. Gli attacchi ibridi, ha affermato la presidente della Commissione, non resteranno senza conseguenze.
Il termine “guerra ibrida” rischia però di sembrare una formula per specialisti, quasi un modo per rendere meno inquietante ciò che sta accadendo. In realtà descrive una strategia molto precisa, colpire un Paese senza dichiarargli formalmente guerra, utilizzare insieme sabotaggi, attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche, interferenze politiche, droni, spionaggio e operazioni clandestine, mantenendo sempre un margine di ambiguità sull’identità dei responsabili.
La Nato spiega che queste azioni combinano strumenti militari e non militari, mezzi visibili e operazioni coperte, con l’obiettivo di confondere il confine tra pace e guerra, seminare dubbi nella popolazione e destabilizzare le società. È proprio questa ambiguità a renderle particolarmente pericolose, perché ogni singolo episodio può apparire troppo limitato per giustificare una risposta forte, mentre l’insieme degli attacchi modifica progressivamente la condizione di sicurezza dell’Europa.

Non si punta necessariamente a conquistare un territorio. Si cerca di interrompere il funzionamento di un aeroporto, danneggiare una rete energetica, bloccare un ospedale attraverso un attacco informatico, compromettere un collegamento ferroviario, diffondere notizie false durante una campagna elettorale o alimentare sfiducia verso le istituzioni. Il bersaglio finale non è soltanto l’infrastruttura colpita, ma la sicurezza percepita dai cittadini e la loro fiducia nella capacità dello Stato di proteggerli.
Lipsia rappresenta per questo un salto di qualità. Un ordigno esplosivo introdotto nell’area di uno scalo civile, vicino a un velivolo ucraino e in un punto strategico della logistica europea, espone al rischio concreto di vittime e mette alla prova la reazione della Germania, dell’Unione e della Nato. La domanda dell’aggressore è evidente, fino a dove possiamo spingerci senza provocare una risposta collettiva?
Se ogni sabotaggio viene trattato come un episodio isolato, se ogni attacco informatico viene considerato soltanto un problema tecnico e ogni campagna di disinformazione una normale manifestazione del conflitto politico, la guerra ibrida raggiunge il suo scopo. Divide i governi, confonde l’opinione pubblica, rende difficile attribuire le responsabilità e induce alcuni Paesi a minimizzare, nella speranza di non essere colpiti nuovamente.
La risposta europea deve essere ferma, comune e proporzionata. Non significa reagire militarmente a ogni provocazione, ma rendere il costo delle operazioni clandestine superiore ai vantaggi ottenuti, attraverso sanzioni mirate, congelamento dei beni, contrasto alle reti di finanziamento, espulsione degli agenti, cooperazione giudiziaria, protezione delle infrastrutture e rafforzamento dei servizi di intelligence. L’Unione dispone già di strumenti contro le minacce ibride e nel marzo scorso il Consiglio europeo ha indicato tra i principali pericoli i sabotaggi, gli attacchi informatici, le interferenze elettorali e la manipolazione dell’informazione.
Anche l’Italia deve comprendere che non si tratta di una questione lontana, affidata esclusivamente a Bruxelles o alla Nato. Porti, aeroporti, reti ferroviarie, centrali energetiche, acquedotti, telecomunicazioni, banche dati sanitarie e sistemi informatici dei Comuni sono possibili obiettivi. Molte infrastrutture sono gestite da società private o da amministrazioni locali con risorse limitate, mentre la loro paralisi potrebbe produrre conseguenze nazionali.
Occorre quindi una politica della sicurezza che coinvolga lo Stato, le imprese, gli enti locali e i cittadini, con protocolli comuni, controlli sulle forniture tecnologiche, esercitazioni, sistemi di allarme e investimenti nella cybersicurezza. Spendere per proteggere una rete elettrica o un archivio sanitario non è meno importante che acquistare un sistema d’arma, perché nella guerra ibrida la vulnerabilità civile diventa una risorsa a disposizione dell’aggressore.
Esiste però un limite che le democrazie devono custodire. Contrastare la disinformazione straniera non può significare censurare il dissenso, né considerare sospetto chi critica il governo, l’Unione europea o il sostegno all’Ucraina. Servono prove, trasparenza e un’informazione credibile, perché rispondere alla propaganda con altra propaganda significherebbe aiutare chi vuole indebolire la qualità delle nostre istituzioni.
La Russia, secondo von der Leyen, vuole diffondere sfiducia e paura. L’Europa può impedirlo soltanto se saprà proteggersi senza rinunciare alla propria natura democratica, chiamando gli attacchi con il loro nome, rendendo pubbliche le responsabilità accertate e reagendo come un’unica comunità politica.
La guerra ibrida prospera nelle esitazioni, nelle divisioni e nei silenzi. La prima difesa dell’Europa consiste nel riconoscere che questa guerra non appartiene a un futuro possibile, è già cominciata.





Lascia un commento