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Ventisette sovranità non fanno una potenza

17 Settembre 2026

Un possibile piano riformista per il centrosinistra europeo: difesa comune, confini protetti, finanza continentale, mercato più largo della geografia novecentesca e un nuovo welfare. Non più un europeismo di principio, ma una politica capace di trasformare l’Unione in uno strumento di sicurezza, crescita e libertà.

Le riflessioni di Giorgio Tonini pubblicate il 14 settembre u.s. sul Foglio offrono un punto di partenza particolarmente fecondo per il centrosinistra, perché riportano gli Stati Uniti d’Europa fuori dal terreno della retorica europeista e li propongono come un orizzonte dal quale far discendere scelte concrete sulla difesa, sul mercato, sugli investimenti e sulla protezione sociale. È precisamente da qui che potrebbe cominciare un piano riformista, non un programma massimalista per costruire domani uno Stato federale europeo, ma una strategia graduale per trasferire a livello continentale quelle capacità che gli Stati nazionali non sono più in grado di esercitare efficacemente da soli.

Per il centrosinistra sarebbe anche il modo di uscire da una discussione diventata sterile tra più Europa e meno Europa. La questione vera è quale Europa serva. Un’Europa molto meno invadente nelle materie che possono essere governate dagli Stati, dalle regioni e dalle comunità locali, ma molto più forte là dove la dimensione nazionale non basta più. Difesa, energia, grandi infrastrutture, tecnologie strategiche, politica commerciale, mercati finanziari, sicurezza delle frontiere. Poche competenze, ma effettive.

Il primo pilastro dovrebbe essere la sicurezza. Non può esistere una comunità politica che abbia confini comuni ma non una capacità comune di proteggerli. Questo non significa immaginare dall’oggi al domani un esercito europeo che sostituisca quelli nazionali, significa costruire una progressiva integrazione delle capacità militari, dell’industria della difesa, degli acquisti, della ricerca e dei sistemi di comando, riducendo duplicazioni che costano moltissimo senza produrre necessariamente maggiore sicurezza.

La Nato deve restare un pilastro della sicurezza occidentale e la relazione transatlantica un elemento essenziale della politica europea, ma proprio perché si vuole conservare quella alleanza bisogna trasformarla progressivamente da rapporto asimmetrico in una partnership tra soggetti capaci entrambi di assumersi responsabilità. Tonini pone correttamente questo passaggio quando lega il rafforzamento degli apparati nazionali alla loro progressiva integrazione europea.

Proteggere le frontiere europee significa però molto più che difesa militare. Significa controllo del Mediterraneo, sicurezza delle infrastrutture energetiche, protezione dei cavi sottomarini, dei satelliti, delle reti digitali, delle centrali, dei porti e delle catene di approvvigionamento. Le guerre contemporanee possono iniziare molto prima che un esercito attraversi una frontiera. Energia, dati, comunicazioni, disinformazione e sabotaggio sono già strumenti della competizione internazionale. Una politica progressista della sicurezza non dovrebbe avere difficoltà ad ammetterlo, perché la sicurezza è la prima condizione della libertà.

Il secondo pilastro dovrebbe essere economico. Il mercato unico europeo è stato uno dei più grandi successi politici del dopoguerra, ma la sua dimensione rischia di non essere più sufficiente in un mondo organizzato attorno a grandi spazi continentali. Per un riformismo europeo l’apertura dei mercati non dovrebbe essere un residuo del liberismo degli anni Novanta, ma uno strumento di forza politica.

L’Europa dovrebbe quindi costruire uno spazio economico più largo della geografia istituzionale dell’Unione. Il Regno Unito, nonostante Brexit, resta parte essenziale dello spazio politico, militare ed economico europeo. Il rapporto con il Canada può diventare, come sembra stia accadendo, molto più profondo di un semplice accordo commerciale. Giappone, Corea del Sud e Australia sono interlocutori naturali per costruire filiere tecnologiche e industriali affidabili. Balcani occidentali e Ucraina devono progressivamente essere portati dentro lo spazio economico europeo, anche prima che tutti i passaggi istituzionali dell’adesione siano completati.

Tonini richiama giustamente la necessità di difendere l’apertura commerciale e di portare a compimento gli accordi dall’India al Mercosur, dal Canada all’Australia. A questa impostazione si può aggiungere un principio, apertura sì, dipendenze strategiche no. Non è la stessa cosa importare un bene di consumo o dipendere da un solo Paese per semiconduttori, materie prime critiche, farmaci, tecnologie militari o infrastrutture digitali. Il nuovo riformismo dovrebbe essere aperto senza essere ingenuo.

Dentro questa stessa strategia andrebbe ripensato il rapporto con il Mediterraneo e con l’Africa. Per troppo tempo quei territori sono stati guardati quasi esclusivamente attraverso la lente dell’immigrazione. L’Europa dovrebbe invece proporre un grande patto di investimenti, energia, infrastrutture, formazione e industrializzazione, nel quale lo sviluppo dei Paesi africani non sia concepito come una concessione umanitaria ma come un interesse strategico comune. Un continente europeo che invecchia e dispone di capitali e tecnologia ha bisogno di costruire una relazione strutturale con un continente giovane che dispone di risorse e ha bisogno di infrastrutture e crescita.

Il terzo pilastro, probabilmente il più importante, dovrebbe essere la finanza. L’Europa ha costruito una moneta comune senza costruire fino in fondo una finanza comune. Possiede un enorme risparmio privato ma non riesce a trasformarlo in misura sufficiente nel capitale necessario alle proprie imprese per crescere. Una startup può nascere in Europa, sviluppare qui una tecnologia e poi cercare negli Stati Uniti i capitali necessari per diventare un grande gruppo.

Un programma riformista dovrebbe quindi mettere al centro un vero mercato europeo dei capitali, strumenti comuni di risparmio e investimento, una Banca europea per gli investimenti più capace di assumere rischio e garanzie comuni per i settori strategici. Il rapporto Draghi insiste proprio sulla necessità di finanziare a livello comune quegli investimenti e quei beni pubblici europei che i singoli Stati tendono inevitabilmente a sottoprodurre.

Anche gli Eurobond dovrebbero essere sottratti alla contrapposizione ideologica. Non devono servire a pagare la normale spesa corrente degli Stati né a trasferire automaticamente sui contribuenti europei i costi delle cattive politiche nazionali. Possono però essere lo strumento naturale per finanziare ciò che produce un beneficio continentale. Difesa comune, grandi reti energetiche, intelligenza artificiale, ricerca avanzata, semiconduttori, spazio, collegamenti ferroviari transnazionali.

Una regola potrebbe diventare la base del nuovo patto europeo: nazionale ciò che produce prevalentemente benefici nazionali, europeo ciò che produce benefici europei. Da questa impostazione deriverebbe anche una politica industriale diversa da quella alla quale l’Europa è abituata. Non ventisette governi impegnati a sostenere ciascuno le proprie imprese, perché una simile competizione finirebbe per premiare semplicemente gli Stati con maggiori risorse fiscali, ma una capacità comune di scegliere filiere strategiche, concentrare investimenti e accompagnare imprese europee capaci di competere su scala mondiale.

Resta infine il quarto pilastro, quello senza il quale un piano riformista perderebbe la propria identità, il nuovo welfare. Competitività non può significare salari più bassi, meno protezioni e una gara con le economie che producono comprimendo il costo del lavoro. Sarebbe economicamente perdente prima ancora che socialmente inaccettabile. La competitività europea deve fondarsi su produttività, conoscenza, energia, infrastrutture, ricerca e qualità del lavoro.

Ma anche il welfare deve cambiare. Una popolazione che invecchia, l’intelligenza artificiale, l’automazione e la trasformazione continua delle professioni rendono insufficiente un sistema costruito soprattutto per proteggere posizioni lavorative relativamente stabili. La protezione sociale dovrà proteggere molto di più le persone nelle transizioni, garantendo formazione permanente, riqualificazione, servizi e opportunità di reinserimento. È su questo terreno che il centrosinistra potrebbe finalmente tornare a essere riconoscibile come forza riformista. Non limitarsi a difendere ciò che esiste e non inseguire il sovranismo sul terreno di una sovranità nazionale che in molti settori è ormai puramente nominale, costruire invece una sovranità europea concreta, democratica e limitata a ciò che richiede realmente la dimensione continentale.

Gli Stati Uniti d’Europa possono restare l’orizzonte, ma il programma politico può cominciare domani mattina. Difesa integrata, frontiere comuni realmente protette, un mercato aperto e più largo, finanza europea, investimenti comuni, politica industriale e un welfare capace di accompagnare la trasformazione. Non sarebbe semplicemente un altro programma sull’Europa. Potrebbe essere il nucleo di un nuovo riformismo del centrosinistra, capace di tenere insieme libertà e sicurezza, mercato e protezione sociale, apertura e autonomia, perché nel mondo che sta nascendo la vera alternativa non è più tra sovranità nazionale e sovranità europea, ma tra una sovranità europea condivisa e l’irrilevanza delle singole sovranità nazionali.

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Pietro Giordano

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