Virginia Libero dice che i giovani italiani non vogliono imbracciare le armi per le guerre decise da Trump, Putin o Netanyahu. Ma il vero tema che l’Europa ha davanti è un altro. Nessuno dovrebbe chiedere a un ragazzo di morire per il potere di un leader, altra cosa è chiedersi se una democrazia abbia il diritto e il dovere di prepararsi a difendere il proprio territorio, la propria libertà e i propri cittadini.
C’è qualcosa che non convince nel modo in cui Virginia Libero ha posto la questione della guerra, non perché sia sbagliato ricordare che a morire nei conflitti sono soprattutto i giovani, né perché sia illegittimo chiedere alla politica di spiegare ogni euro destinato agli armamenti, ma perché mettere insieme Trump, Putin e Netanyahu e affermare che i giovani italiani non intendono combattere “le loro guerre” rischia di evitare proprio la domanda più difficile.
E se la guerra non fosse la loro, ma la nostra?
Se un Paese dell’Unione europea fosse aggredito, se venissero violati i confini di uno Stato europeo, se fossero minacciate la libertà politica, le istituzioni democratiche e la sicurezza dei cittadini, non si tratterebbe di combattere per il presidente americano, per quello russo o per il primo ministro israeliano, si tratterebbe di decidere se siamo disposti a difendere l’Europa nella quale viviamo.
Non è una distinzione retorica, è scritta nei trattati. L’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea stabilisce che quando uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio gli altri Stati sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con i mezzi a loro disposizione, mentre per i Paesi appartenenti alla NATO resta operante il principio della difesa collettiva previsto dall’articolo 5, secondo il quale un attacco contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti.
È dentro questo quadro che andrebbe discussa anche la crescita della spesa per la difesa, non attraverso la caricatura di un’Europa improvvisamente guerrafondaia né fingendo che aumentare gli arsenali sia automaticamente una politica di pace.
Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del Pil complessivamente destinato alla difesa e alla sicurezza, ma anche qui occorre essere precisi, almeno il 3,5 per cento è destinato alle esigenze militari fondamentali, mentre fino all’1,5 per cento comprende infrastrutture, resilienza, protezione delle reti e altre spese connesse alla sicurezza.
Si può discutere se questa percentuale sia sostenibile, se i tempi siano corretti, quali spese debbano esservi comprese e soprattutto quale struttura politica europea debba governarle. Anzi, è necessario farlo. Ma la discussione cambia radicalmente se partiamo da una domanda elementare, l’Europa deve essere capace di difendersi oppure deve affidare indefinitamente la propria sicurezza ad altri?

Per decenni abbiamo costruito l’Unione soprattutto come mercato, moneta, libera circolazione, regole comuni, fondi strutturali, abbiamo molto meno costruito una politica estera e una capacità di difesa realmente europee. Oggi questa incompletezza diventa evidente perché un continente che pretende autonomia politica ma non possiede strumenti sufficienti per garantire la propria sicurezza resta inevitabilmente dipendente dalle decisioni altrui.
Ed è proprio qui che i giovani dovrebbero entrare nella discussione, non come carne da cannone, espressione terribile che appartiene alla parte peggiore della storia europea, ma come cittadini ai quali consegneremo l’Europa dei prossimi trent’anni.
Hanno tutto il diritto di chiedere perché si spende, contro quali minacce, attraverso quali alleanze, con quali controlli democratici e soprattutto per quale idea di Europa. Ma esiste anche la domanda inversa, meno comoda e proprio per questo necessaria, una generazione può rivendicare tutti i diritti garantiti da una democrazia senza interrogarsi mai su chi dovrebbe difendere quella democrazia se fosse aggredita?
La pace rimane l’obiettivo, non potrebbe essere diversamente per un Paese la cui Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Ma ripudiare la guerra non significa rinunciare alla difesa, così come costruire una capacità di deterrenza non significa desiderare un conflitto.
È precisamente il contrario che dovrebbe tentare di fare l’Europa, essere abbastanza forte da rendere più difficile che qualcuno decida di aggredirla, disponendo contemporaneamente della forza politica e diplomatica necessaria per impedire che le crisi diventino guerre.
Per questo la frase “non combatteremo le guerre di Trump, Putin o Netanyahu” funziona bene su un palco, molto meno come risposta politica.
La domanda seria è un’altra.
Se un giorno fosse necessario difendere un pezzo dell’Europa democratica, chi dovrebbe farlo?
Questa domanda non può essere rivolta soltanto ai giovani, ma neppure i giovani possono pretendere che non venga mai rivolta a loro.





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