Meloni cita una circolare firmata da Mattarella nel 1990 per difendere il limite agli studenti stranieri, ma quella storia va raccontata tutta. Trentasei anni dopo il punto non dovrebbe essere la cittadinanza dei ragazzi, bensì la loro capacità di seguire le lezioni, imparare insieme agli altri e integrarsi davvero.
Giorgia Meloni, per sostenere la proposta di limitare la presenza degli studenti stranieri nelle classi, ha tirato fuori dal cassetto una circolare del 1990 firmata quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione, una risposta arrivata dopo che il Presidente della Repubblica, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, aveva ricordato che la scuola è «la più efficace leva di integrazione», deve evitare i ghetti e costruire coesione sociale.
Il precedente esiste, dunque citarlo è legittimo, ma proprio perché esiste sarebbe opportuno leggerlo fino in fondo.
La Circolare ministeriale 205 del 26 luglio 1990 affrontava infatti il problema della presenza degli alunni stranieri e richiamava una disposizione secondo cui, ove possibile, gli studenti appartenenti allo stesso gruppo linguistico non avrebbero dovuto superare le cinque unità per classe, aggiungendo però immediatamente che la distribuzione di pochi alunni stranieri nelle diverse classi serviva ad agevolarne «la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani». Non era quindi un criterio costruito semplicemente attorno alla nazionalità, ma uno strumento inserito dentro una politica di integrazione linguistica, scolastica e culturale.

Quell’“ove possibile” conta, perché significa territorio, scuole disponibili, composizione dei quartieri, condizioni concrete, e conta ancora di più la finalità del provvedimento, che non era separare ma integrare.
Poi, però, sono trascorsi trentasei anni.
Nel 2010, durante il governo Berlusconi IV e con Mariastella Gelmini ministra dell’Istruzione, arrivò un’altra circolare che introdusse il limite, di norma, del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi, prevedendo contemporaneamente la possibilità di innalzarlo quando gli studenti stranieri, come frequentemente accade per quelli nati in Italia, possedessero adeguate competenze linguistiche, oppure di ridurlo quando la conoscenza dell’italiano fosse insufficiente. La stessa circolare precisava che il limite non doveva diventare un automatismo burocratico e doveva essere adattato ai diversi contesti territoriali.
È probabilmente qui che si trova il punto vero della questione.
Oggi nelle scuole italiane ci sono circa 930 mila studenti senza cittadinanza italiana, ma circa il 65 per cento di loro è nato in Italia. Sono ragazzi che spesso hanno frequentato qui l’asilo, le elementari e le medie, parlano italiano quotidianamente, tifano una squadra italiana, guardano gli stessi programmi e utilizzano gli stessi social dei loro compagni, e considerarli automaticamente alla stessa maniera di un ragazzo arrivato da poche settimane dall’Egitto, dal Pakistan o dall’Ucraina significa utilizzare una categoria amministrativa per descrivere un problema didattico che è invece molto più complesso.
Un’elaborazione sui dati scolastici ha stimato che, considerando tutti gli studenti senza cittadinanza italiana, circa il 7,6 per cento delle classi statali supera la soglia del 30 per cento, mentre considerando soltanto gli alunni nati all’estero la percentuale scende allo 0,6 per cento. Il dato non significa, naturalmente, che ogni ragazzo nato all’estero abbia difficoltà linguistiche e ogni ragazzo nato in Italia non ne abbia, ma dimostra esattamente perché la cittadinanza è un indicatore troppo grossolano per misurare il problema.
Lo stesso ministro Valditara sembra del resto essersi mosso verso questa distinzione, spiegando che il nuovo intervento dovrebbe concentrarsi soprattutto sugli studenti che non possiedono una conoscenza adeguata dell’italiano, prevedendo deroghe nelle aree dove la concentrazione delle famiglie straniere rende impossibile rispettare rigidamente il limite, insieme a risorse aggiuntive per l’insegnamento della lingua ed è su questo che sarebbe utile discutere.
Perché una classe nella quale molti ragazzi non comprendono sufficientemente l’italiano può creare una difficoltà didattica reale, non soltanto per loro ma per l’intera classe, e persino l’Associazione nazionale presidi ha riconosciuto l’esistenza del problema, ricordando però che una percentuale rigida diventa difficilissima da applicare nei quartieri dove la popolazione scolastica di origine straniera è fortemente concentrata.
Servono allora insegnanti, laboratori linguistici, mediatori quando necessari, risorse, classi non sovraffollate, politiche territoriali capaci di evitare concentrazioni e soprattutto una distinzione finalmente seria tra chi possiede una cittadinanza diversa e chi ha realmente bisogno di imparare l’italiano.
Il confronto tra Meloni e Mattarella rischia altrimenti di farci perdere ancora una volta il problema mentre discutiamo del simbolo.
Possiamo continuare a contare i passaporti oppure cominciare a misurare le competenze linguistiche. Possiamo trasformare la scuola nell’ennesimo terreno dello scontro politico oppure chiederci concretamente come fare perché un ragazzo che arriva in Italia senza conoscere una parola della nostra lingua possa, nel minor tempo possibile, sedersi accanto agli altri, capire l’insegnante, studiare, parlare, discutere e sentirsi parte della classe.
La norma annunciata dal governo andrà quindi giudicata nel suo testo definitivo e soprattutto nei suoi effetti concreti, perché l’integrazione non si realizza mettendo una percentuale sulla porta di un’aula, ma facendo in modo che, una volta entrati, tutti siano davvero nelle condizioni di imparare.





Commento
Sono d’accordo in toto.