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Abramo contro Ulisse

1 Maggio 2018

Ulisse è più facile di Abramo.

Le sue difficoltà e i suoi rischi saranno anche enormi, ma Ulisse sa dove va: lo aspetta una casa, una patria.

Viaggiare è pericoloso, ma l’immagine di Itaca addolcisce tutto: Scilla e Cariddi, la maga Circe, il Ciclope, le colonne d’Ercole, tutto si può sopportare e vincere se si sa dove si è diretti. La pianta di casa, i mobili, i volti rallegrano le notti anche più oscure, i sogni anche più spaventosi.

Abramo non sa dove andrà, conosce soltanto quello che lascia. Le sue notti sono piene di ricordi di case e cose e volti che non vedrà più. Davanti a sé non ha un ritorno, ma una continua partenza. Si sta male senza casa e senza patria. L’esodo, l’esilio sono terribili se il biglietto è di sola andata, e per sempre.

Perciò l’avventura ebraico-cristiana di Abramo è ben diversa da quella greco-classica di Ulisse, ed è molto più dura. Perciò la tendenza all’avventura di Ulisse ha preso il sopravvento anche nella tradizione cristiana. Al viaggio di Abramo si sono spesso dati i contorni di un viaggio, pieno, sì, di rischi, ma confortato dal ritorno a casa. La virtù cristiana della speranza si è troppo spesso trasformata in una garanzia del biglietto di ritorno, in un’assicurazione di un posto pronto a tavola, con le posate e i fiori.

Anche il cristiano ha avuto la sua Itaca: un bel paradiso che ti attende al di là delle colonne d’Ercole della morte, al di là di tutte le sirene, di tutti i combattimenti con i Proci. Prima o poi. Ti accoglieranno perfino i tuoi cari, i volti, forse, appena scavati dal tempo. Una bella Itaca sicura, ben difesa, Penelope tutta per te, non ne dovrai ripartire più. Vale la pena di navigare.

Abramo contro Ulisse

Così, per parecchi decenni, ho immaginato il mio paradiso. Tutte le pene, allora, avevano un senso: la morte era un battito d’ali, triste, sì, come punizione del peccato, ma momento passeggero. Come il parto, che è molto più vita che morte.

Pensavo in termini di Ulisse, non di Abramo, greci non biblici. Termini consolatori, non di fede-speranza. Ho faticato molto ad accorgermene e fatico tuttora. Itaca era ben delimitata e chiarita, anche se con qualche angoletto d’ombra; il mio paradiso non era materiale ed edonistico come quello di altre fedi, ma comunque era certo, ben conosciuto, garantito, assicurato. Era casa mia.

Il cordone ombelicale non era tagliato. Il paradiso era la mia terra-madre, alla quale prima o poi avrei fatto ritorno.

Ma un giorno è venuto il taglio del cordone ombelicale, la partenza senza ritorno, la notte senza crepuscolo. Un navigare in sospeso, avendo tolto l’ancora e non sapendo dove gettarla. Nessuna certezza sul domani. La consapevolezza, comunque, che la salvezza non è «a casa», ma «altrove», non è in un ritorno ma in un’uscita.

La tentazione di guardare indietro, come Lot, è continua. Anche la nostalgia dell’Egitto, con le sue cipolle sicure. Il sogno di Itaca, con Penelope intatta, il cane Argo che ti riconosce annusandoti, i conti che tornano tutti.

Abramo, invece, non sapeva dove andava, sapeva soltanto che doveva lasciare.

Gli ebrei conoscono solo l’asprezza piatta del deserto, non la mappa della terra promessa.

Gesù in croce urla disperato perché tutti, perfino il Padre, lo hanno abbandonato. L’avventura della fede non si iscrive nel cerchio dell’eterno ritorno ma nella linea retta di un cammino senza appigli, senza sicurezze.

Credo, Signore: aiuta la mia incredulità!

Filippo Gentiloni

abramoesodofedeitacasperanza cristianaulisse
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Spiritualità

Pietro Giordano

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