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Gaza, una crisi totale: tra fame, collasso dei servizi e un futuro incerto di ricostruzione

15 Luglio 2025

Tra ospedali al buio, fame crescente e un’economia distrutta, la Striscia di Gaza rischia di diventare un territorio dipendente per sempre dagli aiuti internazionali, mentre la ricostruzione resta un miraggio senza una tregua politica duratura.

La Striscia di Gaza è oggi sospesa sull’orlo di un collasso totale.

Le Nazioni Unite parlano di una situazione umanitaria senza precedenti, dove fame, malattie e violenze si intrecciano in un’unica emergenza. La causa più immediata è l’esaurimento del carburante, che da settimane impedisce il funzionamento di ospedali, reti idriche, panetterie e trasporti.

Ma sullo sfondo c’è una crisi strutturale che rischia di cancellare ogni prospettiva di sviluppo economico per milioni di persone.

In una dichiarazione congiunta, otto agenzie delle Nazioni Unite hanno denunciato che senza carburante adeguato Gaza rischia il collasso definitivo degli sforzi umanitari. Ospedali al buio, ambulanze ferme, acqua potabile sempre più scarsa, raccolta dei rifiuti bloccata e un numero crescente di epidemie.

È la fotografia di una tragedia che, secondo i dati del Ministero della Sanità locale, ha già provocato oltre cinquantottomila morti e più di centotrentottomila feriti dall’inizio delle operazioni militari israeliane.

Tuttavia, questa devastazione immediata nasconde un’altra minaccia forse ancora più insidiosa: la distruzione dell’economia locale, che potrebbe trasformare Gaza in un territorio dipendente in modo permanente dagli aiuti esterni.

Già prima dell’ultima escalation, la Striscia soffriva una disoccupazione superiore al 45 per cento e un sistema produttivo fragile, condizionato dalle restrizioni ai movimenti di merci e persone.

Oggi la situazione è molto più grave.

L’industria alimentare è paralizzata perché le panetterie e le cucine comunitarie non possono funzionare senza energia. Il pane fresco, che rappresenta la base dell’alimentazione di gran parte delle famiglie, è diventato un bene raro. L’agricoltura è al collasso per l’impossibilità di irrigare i campi e per il danneggiamento dei raccolti, mentre il commercio è praticamente azzerato: i mercati tradizionali sono chiusi, le strade bloccate e la liquidità in circolazione si sta esaurendo. Anche l’edilizia, uno dei pochi settori in grado di assorbire manodopera, è sospesa da mesi sia per la distruzione degli impianti sia per il blocco delle forniture di materiali. Le telecomunicazioni e i servizi digitali rischiano infine il blackout, con danni incalcolabili per l’amministrazione pubblica e le reti di solidarietà.

Gaza, una crisi totale: tra fame, collasso dei servizi e un futuro incerto di ricostruzione

Guardando oltre l’emergenza immediata, il futuro della ricostruzione si muove lungo scenari molto diversi e tutti complessi.

Alcuni osservatori internazionali ipotizzano una ricostruzione a guida internazionale, sostenuta da un grande piano di investimenti finanziato da Unione Europea, Stati Uniti e Paesi arabi del Golfo, con un fondo multilaterale che dovrebbe garantire la ripresa di ospedali, scuole e infrastrutture essenziali.

Ma la fragilità politica e il rischio che la violenza riprenda potrebbero far deragliare qualsiasi piano. Altri prospettano una gestione locale della ripresa, affidata a un governo di unità nazionale palestinese con il supporto tecnico delle organizzazioni non governative. In questo caso la ricostruzione avrebbe un radicamento più forte nella società civile, ma resterebbe comunque ostacolata dalle divisioni interne tra Hamas e Fatah.

Alcune proposte prevedono che qualsiasi piano di ricostruzione sia subordinato a un accordo per la riduzione delle capacità militari di Hamas in cambio di corridoi umanitari sicuri, un’intesa che oggi appare lontana e che richiederebbe una svolta diplomatica di portata storica.

L’ipotesi più fosca resta quella di uno stallo prolungato, in cui Gaza resti intrappolata in uno stato di dipendenza cronica dagli aiuti esterni, con la povertà strutturale destinata a crescere e la popolazione condannata a sopravvivere in una spirale di emergenza permanente.

Qualunque scenario si concretizzi, alcuni fattori saranno decisivi.

Gaza non potrà ripartire senza l’ingresso regolare di carburante per riattivare la produzione e i servizi essenziali, senza corridoi sicuri per le merci e senza un massiccio sostegno alla formazione e al microcredito, indispensabile per ricostruire un tessuto economico frammentato.

Ma forse più di tutto sarà necessario un compromesso politico che restituisca una prospettiva di pace e di stabilità. Senza un accordo che riduca le tensioni e garantisca la sicurezza, ogni piano di ricostruzione rischia di rimanere soltanto una promessa sulla carta.

Oggi Gaza è una terra stremata, dove ogni giorno si combatte una battaglia per l’acqua, per il pane e per la speranza.

In questo scenario, il tempo non è neutrale: più passa, più la linea tra emergenza e catastrofe diventa sottile, e più difficile sarà restituire un futuro a una popolazione che non può più permettersi di aspettare.

Immagine nel testo: A displaced child receives a polio vaccination in UNRWA shelter in Beach camp , Gaza Strip di
Mohammed Hinnawi, CC BY-SA 3.0 igo, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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