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La sinistra che si svuota da sola.

8 Ottobre 2025

Dalle bandierine identitarie al vuoto strategico: il Pd e il campo largo tra presentismo, populismo e nostalgia del governo

C’è un filo che attraversa le sconfitte del centrosinistra nelle regionali, le ambiguità sulla guerra a Gaza e l’incapacità di costruire un progetto riconoscibile. È il filo di una sinistra che, invece di rigenerarsi, continua a vivere di reazioni immediate, di simboli effimeri, di gesti identitari che rassicurano il proprio pubblico ma allontanano il resto del Paese.

Il risultato è un partito – il Pd – che ha smarrito la sua cultura di governo e si rifugia nella retorica, rinunciando a parlare a quella maggioranza silenziosa che pure esiste e chiede competenza, sobrietà, misura. La sinistra che un tempo sapeva unire i valori con il realismo oggi sembra essersi chiusa in un recinto autoreferenziale, dove ogni sconfitta viene analizzata con sufficienza e ogni bandierina sventolata come prova di coerenza.

Ogni giorno una nuova causa da abbracciare, una nuova bandierina da sventolare: Gaza, antifascismo, la difesa di qualche figura controversa. Ma quando la politica diventa un collage di gesti simbolici, si perde la capacità di proporre soluzioni.

È la malattia del “presentismo”: la rincorsa dell’attimo, dell’algoritmo, della piazza virtuale, senza più la pazienza di costruire un futuro.

Così la sinistra si è trasformata da forza di governo in forza di testimonianza, più attenta a non scontentare il proprio elettorato militante che a conquistare nuovi consensi. Un atteggiamento che finisce per rinchiuderla nel ruolo comodo, ma sterile, dell’opposizione morale.

Le elezioni regionali lo hanno dimostrato con chiarezza: l’elettorato non premia il radicalismo, ma la credibilità. In Calabria e nelle Marche hanno vinto candidati moderati, radicati, capaci di amministrare senza clamore. Chi ha scelto di puntare sulla protesta o sul movimentismo ha perso nettamente.

Non è solo una questione locale: è la prova che gli italiani, al di là della rabbia o della frustrazione, cercano stabilità e concretezza. Vogliono governi che funzionino, non slogan gridati. Eppure, nel campo largo, si continua a ripetere che l’unità basta, che tenere insieme tutto e il contrario di tutto sia già un successo. È l’illusione di una coalizione che confonde la somma dei deboli con la forza.

La sinistra che si svuota da sola.

Il Partito democratico ha sacrificato la propria autonomia politica per tenere in piedi un’alleanza che non lo rispetta. Si è piegato alle posizioni più populiste dei Cinque Stelle e ai radicalismi dei Verdi e della sinistra alternativa, perdendo in un colpo solo identità e riconoscibilità.

Il paradosso è che, dopo aver rinunciato a se stesso in nome dell’unità, oggi il Pd si sente dire dagli stessi alleati che “l’unità non basta”. E mentre i partner di coalizione impartiscono lezioni di coerenza, il partito si ritrova svuotato, incapace di spiegare chi rappresenta, cosa propone, dove vuole andare.

In questo scenario polarizzato, cresce nel Paese una minoranza silenziosa che non si riconosce né negli estremismi di destra né nei populismi di sinistra. È un’Italia stanca della politica urlata, che guarda con simpatia a figure moderate, capaci di equilibrio e concretezza.

È lì che sopravvive il piccolo miracolo di Forza Italia, con il suo moderatismo post-berlusconiano, capace di intercettare il bisogno di misura. È lì che cercano spazio anche le nuove iniziative riformiste e centriste, che provano a costruire un’alternativa ragionevole alla demagogia diffusa. È un fenomeno ancora fragile, ma reale: una reazione civile alla confusione ideologica e al linguaggio della rabbia.

La sinistra italiana si trova a un bivio. Può continuare a recitare il ruolo dell’opposizione permanente, oppure tornare a essere forza di governo, recuperando pragmatismo, competenza e un linguaggio comprensibile. Per farlo deve liberarsi del populismo che ha contagiato anche i suoi ambienti, tornare a parlare di lavoro, scuola, sanità, impresa, ambiente in chiave di responsabilità e non di slogan.

Il Paese non chiede un’ideologia, ma una direzione; non un urlo, ma una guida. Se la sinistra non saprà offrirla, sarà destinata a scivolare lentamente in una irrilevanza nobile ma impotente, quella delle minoranze morali che hanno sempre ragione ma non governano mai.

Alla fine, il cosiddetto campo largo rischia di diventare un campo vuoto: un’alleanza senza contenuti, una casa dove convivono anime incompatibili solo per paura di restare sole. La destra, pur con tutte le sue contraddizioni, occupa lo spazio del governo; la sinistra si agita nel recinto delle sue cause.

Se vuole tornare protagonista, deve riscoprire il coraggio della visione. Non bastano le bandiere, servono idee. Non bastano i post, servono progetti. Non basta indignarsi: bisogna saper costruire. Solo così potrà tornare a parlare non ai propri follower, ma al Paese intero.

Immagine nel testo: Scheda elezioni regionali Veneto 2020 di Holapaco77, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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