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Il Pd tra Gergiev e referendum: identità smarrita e leadership dimezzata

22 Luglio 2025

Tra errori di comunicazione e alleanze forzate, il Partito Democratico si muove senza rotta tra questioni culturali, morali e strategia elettorale. La leadership di Elly Schlein vacilla, i riformisti avanzano.

C’è un filo sottile ma evidente che lega la mancata presa di posizione sul caso Gergiev, il pasticcio sul referendum per la cittadinanza e la navigazione a vista del Pd tra alleanze locali e candidature imposte: è il filo di una crisi di identità che rischia di diventare strutturale. In un tempo in cui le domande dell’elettorato si fanno sempre più urgenti – su lavoro, sanità, sicurezza, immigrazione – il principale partito d’opposizione appare sordo o esitante. E la leadership di Elly Schlein, invece di farsi bussola, si appiattisce sull’arte della mediazione e sul timore della spaccatura interna.

Il caso Gergiev – il direttore d’orchestra amico di Putin invitato al festival di Caserta e poi “disinvitato” dopo un’ondata di proteste internazionali – è emblematico. Non solo per la gravità politica e simbolica dell’invito, ma per la lentezza e l’ambiguità con cui il vertice del Pd ha reagito. Il silenzio della segretaria, proprio mentre trattava con Vincenzo De Luca il sostegno a Roberto Fico per la Campania, ha assunto il sapore amaro dell’opportunismo. Una parola chiara avrebbe trasformato un autogol in una vittoria netta, rimettendo in riga i territori e riaffermando la linea internazionale del partito. Invece, come già accaduto con il referendum sullo ius scholae, si è preferito non disturbare né l’alleato Cinque Stelle né gli equilibri interni.

Eppure, quella battaglia culturale e simbolica l’ha vinta qualcun altro: i riformisti del Pd, in primis Pina Picierno, che ha guidato una mobilitazione decisa contro l’inaccettabile presenza del “direttore di Mariupol”. È la prova che una sinistra capace di leggere i tempi e i contesti, senza rinunciare ai propri principi, è possibile. Ma non è quella che oggi siede alla guida del Nazareno.

Il Pd tra Gergiev e referendum: identità smarrita e leadership dimezzata

Lo stesso si può dire del referendum sulla cittadinanza, trasformato in una bandiera identitaria nel momento peggiore. Come ha scritto severamente Beppe Severgnini, i diritti delle minoranze sono importanti, ma le ansie della maggioranza sono fondamentali. Portare la questione al voto popolare senza un adeguato lavoro di consenso e comunicazione ha significato offrire alla destra un’occasione d’oro per alimentare la narrativa dell’“invasione” e dell’abbandono dei “nativi”. Mentre i cittadini italiani attendono risposte su sanità, salari e sicurezza, sentir parlare solo di diritti civili – per quanto giusti – non basta più. E la sinistra, se vuole tornare competitiva, deve tornare a parlare al popolo nella sua interezza.

Nel frattempo, la segretaria Schlein cerca di tenere insieme il partito pezzo per pezzo, accettando le candidature imposte dai territori – da Giani in Toscana a Decaro in Puglia – senza mai riuscire a imporre una vera linea politica nazionale. La sua alleanza con Giuseppe Conte e Vincenzo De Luca in Campania per sostenere Fico ha chiuso un cerchio tattico, ma ha anche rivelato quanto poco margine abbia oggi la sua leadership per orientare davvero il Pd. A Milano, è stato Beppe Sala a dettare la rotta. A Roma, Roberto Gualtieri si muove in autonomia. In Veneto, si va verso una sconfitta annunciata.

Nelle prossime settimane, con l’avvio della campagna elettorale per le regionali, la Direzione nazionale del Pd sarà chiamata a fare quadrato. Schlein lancerà un appello all’unità, ma la frattura con l’area riformista è tutt’altro che ricomposta. Anzi, il successo sulla vicenda Gergiev ha dato nuovo slancio a chi inizia a vedere in Picierno – e in altri amministratori radicati – un’alternativa credibile alla segreteria attuale.

A meno di un’inversione di rotta, quella che doveva essere la nuova stagione della sinistra italiana rischia di naufragare tra slogan ideologici e una paralisi decisionale che non convince né gli elettori né gli alleati. Mentre Giorgia Meloni consolida la sua egemonia, l’opposizione appare frammentata, debole, incapace di leggere e interpretare il presente.

Serve coraggio, non solo per difendere i diritti, ma anche per capire il paese che cambia. E, se possibile, tornare a guidarlo.

Immagine di copertina: Baden-Baden-32-Zitat-Valery Gergiev-2010-gje di Valery Gergiev, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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