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Il cancro della pedofilia

18 Maggio 2025

La pedofilia è una ferita aperta nel cuore della società, un male oscuro che lacera il tessuto dell’infanzia, spezzando la fiducia, la gioia e la spontaneità di chi dovrebbe essere soltanto amato. È un crimine silenzioso, subdolo, che si consuma spesso lontano dagli occhi del mondo, tra le mura domestiche, dietro porte chiuse, all’interno di comunità insospettabili. Più che un reato, è un cancro morale, che si annida dove dovrebbe regnare la cura: nei legami affettivi, nei ruoli educativi, nei luoghi spirituali.

A rendere tutto ancora più atroce è il fatto che, nella maggior parte dei casi, il carnefice è un volto conosciuto, una figura di fiducia. Secondo le ricerche più accreditate, la stragrande maggioranza degli abusi su minori avviene proprio in famiglia o nel cerchio stretto delle relazioni affettive.

Non è un caso. Il contesto familiare offre all’abusante ciò che più gli serve: accesso, intimità, fiducia. Il bambino, spesso incapace di comprendere cosa stia accadendo, è intrappolato in una rete di manipolazione che lo confonde, lo colpevolizza, lo zittisce.

La vergogna diventa complice, la paura di non essere creduti un muro insormontabile. E intorno, troppo spesso, solo il silenzio.

Quel silenzio è la vera alleanza che protegge l’abusante: il silenzio di chi vede e tace, di chi sospetta e finge di non sapere, di chi preferisce l’apparenza della normalità alla verità dolorosa. Anche la scuola, la parrocchia, il centro sportivo possono diventare luoghi di violenza, ma è nel cuore della famiglia che l’abuso trova spesso la sua tana più resistente.

Il cancro della pedofilia

Per questo serve un salto culturale, smettere di idealizzare la famiglia come spazio automaticamente sicuro e cominciare a considerarla, senza ipocrisie, anche come potenziale teatro di abuso, laddove mancano consapevolezza, educazione, sostegno.

Non basta più dire “mai più”, né indignarsi a posteriori. È necessario costruire una cultura del rispetto dei corpi, dei sentimenti, dei silenzi.

Serve un’educazione sessuale diffusa, non come tabù ma come strumento di libertà, che aiuti i bambini a comprendere i confini e a dire di no, e gli adulti a riconoscere i segnali del dolore nascosto.

Serve formazione, ascolto, vigilanza. Servono strutture competenti, giudici preparati, operatori capaci di prendersi cura non solo delle leggi ma anche delle ferite invisibili. E serve anche la voce della Chiesa, non più chiusa nella logica della difesa ma capace di farsi trasparente, penitente, profetica.

Il cammino di giustizia non è solo punizione. È riparazione, è accompagnamento, è restituzione di dignità. Un bambino abusato non ha bisogno solo che il suo aggressore venga condannato, ma che qualcuno creda in lui, gli restituisca fiducia nel mondo, lo aiuti a rinascere. La giustizia, quando è giusta davvero, ha il volto della cura, dell’ascolto, della riparazione.

Parlare di pedofilia non è un esercizio di denuncia sterile. È un imperativo morale. È scegliere di non voltarsi dall’altra parte. È scegliere di proteggere ciò che di più sacro abbiamo: l’infanzia. Una società che tace di fronte all’abuso è una società malata. Una società che protegge i bambini, invece, è una società che ha ancora speranza, che ha il coraggio di guardare l’abisso e decidere di costruire qualcosa di diverso.

Solo così potremo estirpare questo male: con la forza della verità, con la radicalità della giustizia, con la tenacia dell’amore.

Immagine nel testo: A boy is playing in waste gathering of buriganga di Emonjnu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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