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La solitudine dei poveri, l’emergenza silenziosa che attraversa l’Italia

20 Giugno 2025

In un Paese che si dice connesso, milioni di persone vivono isolate, prive non solo di risorse ma anche di relazioni. Anziani soli, giovani esclusi, famiglie invisibili: la povertà oggi è anche assenza di legami. Ecco perché la battaglia contro l’emarginazione deve partire dal ricostruire comunità.

In Italia, secondo i dati più recenti dell’ISTAT, oltre 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Un dato allarmante, che fotografa un’emergenza sociale strutturale. Ma oltre alla mancanza di risorse materiali, vi è una condizione meno visibile e forse ancora più lacerante: la solitudine. Essere poveri oggi non significa solo dover scegliere tra il riscaldamento e la spesa. Significa, troppo spesso, sentirsi soli, dimenticati, ai margini di una società che corre senza voltarsi indietro.

Chi vive in povertà tende progressivamente a sparire dalla scena pubblica. Non per scelta, ma per necessità. I costi, anche minimi, delle attività sociali diventano insostenibili: un caffè al bar, un abbonamento ai mezzi, una cena tra amici. La vergogna, il senso di inadeguatezza, e la fatica quotidiana spingono a chiudersi in casa. Chi è povero, spesso, smette di essere anche cittadino attivo: non partecipa, non si espone, non chiede. Resta solo.

La dimensione relazionale della povertà è spesso sottovalutata. Eppure, gli esperti del terzo settore lo dicono da anni: “La solitudine è la malattia del nostro tempo, e colpisce con maggiore ferocia proprio chi è più fragile”.

A pagare il prezzo più alto sono soprattutto gli anziani. Secondo la Caritas, gli over 65 in povertà assoluta sono in costante aumento. Molti vivono soli, in case fredde e poco accessibili, lontani da familiari o amici. Le pensioni minime, spesso inferiori alla soglia di dignità, non bastano a coprire nemmeno le spese essenziali. Ma ciò che manca di più, raccontano molti volontari, è una telefonata, una visita, una voce umana.

La solitudine dei poveri, l’emergenza silenziosa che attraversa l’Italia

Le storie si assomigliano: vedove dimenticate, uomini soli dopo una vita di lavoro precario, persone fragili lasciate a se stesse. “Non ho più nessuno”, è una frase che si sente troppo spesso nei centri di ascolto.

Anche i giovani, sebbene meno visibili, sono colpiti. I ragazzi provenienti da famiglie povere spesso rinunciano a uscire, a partecipare, a immaginare il futuro. Si auto-escludono. Le famiglie numerose o monogenitoriali vivono un isolamento fatto di rinunce: niente sport, niente vacanze, niente relazioni. Le madri sole, in particolare, vivono una doppia marginalità: economica e sociale.

Nelle grandi città, il fenomeno si amplifica. I quartieri periferici diventano contenitori di solitudini parallele: tante vite chiuse in appartamenti minuscoli, senza cortili condivisi, senza spazi pubblici vivibili, senza dialogo.

La solitudine non è solo una condizione emotiva: ha effetti concreti, misurabili, sulla salute. Studi autorevoli — come quelli pubblicati dalla Fondazione Veronesi — dimostrano che l’isolamento sociale può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, depressione e decadimento cognitivo. Chi è solo si ammala di più, e spesso si cura di meno. Perché accedere ai servizi sanitari, per chi vive in povertà, è spesso un percorso a ostacoli.

Le risposte non possono essere solo caritative. Certo, mense, dormitori e pacchi alimentari restano fondamentali. Ma serve di più: serve ricostruire una rete. Alcune realtà, come la Comunità di Sant’Egidio, propongono la creazione di “centri di prossimità”, spazi nei quartieri dove chi è in difficoltà possa trovare ascolto, compagnia, orientamento.

Servono politiche pubbliche che includano la dimensione relazionale nella lotta alla povertà: non solo sussidi economici, ma luoghi, occasioni, relazioni. L’Italia ha bisogno di una visione che unisca lotta alla marginalità e promozione della dignità.

Alla radice di tutto, però, c’è una sfida culturale. Occorre superare l’idea che la povertà sia una colpa, o che chi è solo lo sia per scelta. Nessuno sceglie la povertà. E nessuno dovrebbe affrontarla da solo.

In un tempo dominato dalla connessione continua, la solitudine dei poveri è un paradosso inaccettabile. Perché una società si misura anche — e soprattutto — da come tratta chi resta indietro. E oggi, troppi restano indietro in silenzio.

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Società

Pietro Giordano

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