Milioni di persone non partiranno durante l’estate. Dietro le città ancora piene affiora un Paese nel quale una parte crescente del reddito serve soltanto a vivere, mentre perfino difendersi dal caldo rischia di diventare un privilegio
Le città italiane non chiudono più per ferie, i supermercati restano aperti, i parcheggi non si svuotano e nei quartieri continuano a circolare persone che fino a qualche anno fa, almeno per una settimana, sarebbero partite. Non tutti coloro che rimangono sono poveri e non tutti desiderano andare in vacanza, ma dietro le partenze rinviate, le ferie accorciate e le giornate trascorse in casa si intravede una trasformazione profonda: per una parte crescente della popolazione il reddito basta sempre meno a garantire qualcosa oltre l’indispensabile.
Non c’è nulla di sbagliato nel trascorrere agosto nella propria città, riscoprire il quartiere o scegliere vacanze brevi e vicine. Il problema nasce quando restare non è una decisione, ma il risultato di conti che non tornano. Affitti, mutui, generi alimentari, carburanti, trasporti, spese sanitarie ed energia assorbono una quota sempre maggiore delle entrate, lasciando poco spazio al riposo, alla cultura, alle relazioni e a quelle spese che non garantiscono la sopravvivenza, ma rendono la vita più libera e dignitosa.
Il caldo estremo ha aggiunto una nuova voce a questa diseguaglianza, la possibilità di raffrescare la propria abitazione. La povertà energetica non riguarda più soltanto le famiglie che durante l’inverno devono scegliere quante ore accendere il riscaldamento, ma anche quelle che in estate possiedono un condizionatore e non possono permettersi di utilizzarlo oppure vivono in case nelle quali non è mai stato installato. Il ventilatore, quando le temperature restano molto elevate anche durante la notte, finisce per muovere soltanto aria calda, mentre persiane chiuse e finestre spalancate non bastano più a rendere sopportabile una stanza.
A essere maggiormente esposti sono gli anziani soli, i malati cronici, le famiglie con redditi bassi e chi abita in edifici popolari o appartamenti costruiti senza isolamento, alberature e adeguata ventilazione. Per queste persone la casa, che dovrebbe rappresentare il luogo più sicuro, può trasformarsi nelle ore centrali della giornata in una trappola di calore. Dire loro di non uscire e di rimanere in ambienti freschi è corretto dal punto di vista sanitario, ma rischia di diventare una raccomandazione astratta quando l’ambiente fresco semplicemente non esiste.
Nelle grandi città molti anziani hanno trovato una soluzione spontanea e insieme umiliante, trascorrono alcune ore nei centri commerciali, nei supermercati più grandi o nelle gallerie climatizzate. Entrano senza dover comprare nulla, camminano lentamente tra le vetrine, si siedono sulle panchine, bevono un bicchiere d’acqua e aspettano che passino le ore peggiori. Questi luoghi privati finiscono così per svolgere una funzione sociale che le città non hanno saputo organizzare, diventando rifugi climatici informali per chi non può raffrescare la propria abitazione.

Non è soltanto una scena di solitudine, ma la rappresentazione concreta della povertà energetica. Chi dispone di una casa efficiente e di un reddito adeguato affronta il caldo accendendo il condizionatore; chi non può pagarlo cerca refrigerio in uno spazio commerciale, quasi dovesse giustificare la propria presenza guardando vetrine e scaffali. Il fresco non è più soltanto una condizione ambientale, ma una merce alla quale si accede attraverso il reddito o il consumo.
Nei piccoli paesi la situazione può essere ancora più grave, perché spesso non esistono grandi centri commerciali, biblioteche aperte tutto il giorno, cinema climatizzati o una rete di trasporto che consenta di raggiungerli. Nei borghi delle aree interne, dove la popolazione è più anziana e i figli vivono lontano, si può rimanere soli per intere giornate in case difficili da raffrescare, senza alternative e senza che nessuno si accorga di un malore. La stessa diseguaglianza assume quindi forme diverse, nelle metropoli si cerca riparo tra le corsie di un supermercato, nei piccoli comuni si resta chiusi in casa aspettando la sera.
Questa emergenza mostra quanto sia insufficiente considerare l’energia un normale bene di consumo. Quando dal riscaldamento o dal raffrescamento dipendono la salute e, nei casi più gravi, la vita delle persone, l’accesso a una quantità essenziale di energia entra nel campo dei diritti sociali. Non significa garantire consumi illimitati, ma evitare che una pensione bassa o uno stipendio insufficiente costringano a scegliere tra pagare la bolletta e proteggersi da temperature pericolose.
Servono sostegni stabili alle famiglie esposte alla povertà energetica, tariffe sociali realmente adeguate, riqualificazione delle case popolari, isolamento degli edifici, pompe di calore efficienti, schermature solari e comunità energetiche capaci di ridurre le spese. Accanto agli interventi sulle abitazioni occorre creare una rete pubblica di luoghi freschi e gratuiti: biblioteche, sale comunali, centri sociali, parrocchie, musei e spazi associativi aperti nelle ore più calde, con acqua, sedute e una presenza capace di riconoscere una situazione di difficoltà.
Nei piccoli comuni questa rete dovrebbe essere accompagnata da trasporti sociali, assistenza domiciliare e controlli porta a porta, perché aprire una sala non serve a chi non può raggiungerla. Durante le ondate di calore non dovrebbe essere l’anziano solo a dover chiedere aiuto, ma la comunità a cercarlo.
L’Italia dei rimasti non è composta soltanto da coloro che non possono permettersi una vacanza. È fatta anche di persone che non riescono più a permettersi una temperatura sopportabile dentro casa. Mentre una parte del Paese parte per il mare o accende il condizionatore, un’altra cerca una panchina in un centro commerciale o aspetta che il sole tramonti in un paese nel quale non esiste neppure quella possibilità.
Una società giusta non deve garantire a tutti lo stesso albergo o la stessa vacanza, ma non può accettare che il fresco, quando protegge la salute, dipenda dalla carta di credito, dalla vicinanza a un supermercato o dal codice postale. La nuova povertà italiana si riconosce non soltanto da ciò a cui si rinuncia, ma dai luoghi nei quali si è costretti ad andare per trovare poche ore di sollievo.





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