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Se Meloni conquista Cl e la Cisl, il problema non è Meloni. È il PD.

30 Agosto 2025

Mentre Meloni costruisce ponti con il mondo cattolico e moderato, il centrosinistra resta prigioniero delle sue nicchie ideologiche

Mentre Giorgia Meloni continua a rafforzare la sua immagine da leader istituzionale, capace di parlare a mondi distanti e di costruire ponti politici insospettabili, il centrosinistra italiano resta fermo nella sua comfort zone. Guarda a sinistra, si parla addosso e rinuncia – di fatto – a parlare a una larga fetta del Paese: quell’area moderata, cattolica, produttiva che, da anni, cerca una nuova casa politica.

Lo hanno capito in pochi, ma i segnali sono chiari. Lo disse, poco più di due anni fa, Ferdinando Adornato, osservatore attento del mondo centrista: “L’unica che può dare una casa politica stabile ai moderati è Giorgia Meloni. Ma serve tempo, serietà e lungimiranza”. E lo ha riconosciuto persino Graziano Delrio, ex ministro PD, che ha lanciato un allarme netto: “Meloni è in sintonia culturale con mondi diversi dal suo. Il centrosinistra, invece, non ha ancora trovato una strategia per parlare ai cattolici e ai ceti medi”.

Il dato di fondo è semplice: non è solo la destra che si sta moderando, è il centrosinistra che sta abbandonando un pezzo del Paese, lasciando che qualcun altro lo rappresenti. E quel “qualcun altro”, oggi, è Meloni.

La standing ovation ricevuta dalla premier al Meeting di Rimini non è stata solo una cartolina estiva. È stato un segnale politico forte: Meloni oggi sa parlare a Comunione e Liberazione, alla Cisl, alle famiglie cattoliche, ai piccoli imprenditori del Nord. Lo fa con toni rassicuranti, promesse concrete (sul fisco, sulla natalità, sulla libertà educativa) e una postura istituzionale che rompe con il passato sovranista.

Nel frattempo, mentre Salvini punta alla radicalizzazione e Forza Italia annaspa, Meloni costruisce il suo centro: culturalmente conservatore, socialmente moderato, europeista nei fatti. Un’operazione che la proietta, sempre più chiaramente, verso il modello PPE, il Partito Popolare Europeo, con cui Fratelli d’Italia ha ormai un rapporto stabile.

Se Meloni conquista Cl e la Cisl, il problema non è Meloni. È il PD.

E la sinistra? Sta a guardare. Mentre Meloni allarga il campo, Elly Schlein si rivolge solo ai suoi fedelissimi. Il PD si ripiega su battaglie identitarie, legittime ma minoritarie, rinunciando a parlare ai mondi intermedi: ai cattolici, alle professioni, al ceto medio produttivo, ai moderati spaventati dall’instabilità. E così, una parte storica dell’elettorato progressista rischia di scivolare verso l’astensione o verso chi sa ascoltarla.

Delrio è stato esplicito: “Perfino Togliatti parlava ai ceti medi. Oggi nel PD manca l’approccio interclassista. E se non troviamo un linguaggio comune con mondi diversi, saremo irrilevanti”.

Il rischio è quello di immaginare una “quercia” (il PD) circondata da cespugli, dove ognuno coltiva la propria identità ma nessuno costruisce una vera alternativa nazionale.

Serve un centrosinistra che federi, non che escluda

In questa fase, Meloni non è ancora riuscita a trasformare il suo partito in un vero contenitore moderato. Le contraddizioni restano, il bilancio riformista è parziale, i segnali economici preoccupanti. Ma sta occupando uno spazio. E se la sinistra non lo contende, perderà ancora – e peggio.

Serve un nuovo centrosinistra capace di essere interclassista, dialogante, plurale. Che non si limiti a rincorrere la propria base radicale, ma che sappia parlare a chi oggi si sente politicamente orfano: i cattolici sociali, i riformisti, i lavoratori autonomi, i professionisti, gli imprenditori, il volontariato, il terzo settore. Una parte del Paese che non vota più a sinistra non perché è diventata di destra, ma perché nessuno la rappresenta.

Meloni non ha cambiato natura. Ma ha capito dove si può vincere oggi in Italia: non nell’estremismo, ma nella solidità. Non nell’urlo, ma nella credibilità. Il problema, però, non è solo ciò che lei fa. È ciò che gli altri non fanno.

Se il centrosinistra non costruisce una strategia chiara, se non rilegge le domande sociali del Paese reale, se continua a parlare a una minoranza già convinta, sarà inevitabile che altri – con più disciplina e meno complessi – prendano il centro della scena.

Per questo l’articolo di Rosy Bindi su Avvenire funziona solo a metà.

Ha ragione nel difendere la storia del cattolicesimo democratico da una caricatura ingenerosa — quella fuga “nelle sagrestie” evocata da Meloni che semplicemente non c’è mai stata. Ma il punto non è solo rivendicare il passato. Il punto è: oggi, chi parla ai mondi che Meloni sta avvicinando?

Se la premier entra in sintonia con Cl, con la Cisl, con i ceti medi cattolici, serve un’alternativa politica e culturale all’altezza, capace non solo di replicare ma di proporre una visione diversa. Qualcosa che assomigli, per ambizione e apertura, allo spirito originario dell’Ulivo.

Se questa risposta non arriva, se il centrosinistra resta chiuso nel suo recinto ideologico, allora il problema non è solo Meloni che avanza. È chi ha deciso di non esserci.

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Politica

Pietro Giordano

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