Al Meeting di Rimini il Papa non sconfessa Comunione e Liberazione, ne riconosce il carisma e la storia, ma indica una strada precisa. La fede non deve diventare identità chiusa, influenza o conquista di spazi, deve tornare a misurarsi con la storia, con la libertà delle persone e con una società pluralista. È, in forme nuove, la lezione del Concilio.
Il discorso pronunciato da Leone XIV al Meeting di Rimini merita di essere letto oltre l’entusiasmo della giornata e oltre il rapporto particolare tra il Papa e Comunione e Liberazione, perché dentro quelle parole c’è qualcosa che riguarda l’intero cattolicesimo italiano, forse persino il tentativo di recuperare un metodo che negli ultimi decenni si era progressivamente indebolito, quello della mediazione culturale.
Leone XIV parte esplicitamente dal Concilio Vaticano II e dalla Gaudium et spes, ricordando che le gioie, le speranze e le sofferenze degli uomini appartengono anche ai discepoli di Cristo, poi chiede a chi ha ricevuto una grande tradizione di fede di assumersi una responsabilità storica, confrontandosi con arte, musica, letteratura, scienza, economia e con ogni espressione dell’umano.
È già una scelta di campo.
La fede non viene presentata come un sistema di risposte da imporre alla società, né come uno spazio protetto nel quale rifugiarsi, deve diventare capacità di leggere la realtà, comprenderla, giudicarla e modificarla senza pretendere di possederla. È quella mediazione tra fede e storia che fu una delle grandi intuizioni della cultura conciliare e del cattolicesimo democratico italiano.
Il Papa lo dice con parole ancora più nette quando ricorda che prima dei confini, delle definizioni e delle istituzioni vengono le persone e quando apprezza il Meeting proprio perché non è diventato una “enclave”, ma un luogo capace di moltiplicare gli incontri.

Qui arriva anche la prima, garbata ma evidente, correzione a CL. Un movimento può avere una grande storia, un carisma forte, una comunità capace di educare e creare relazioni, ma nel momento in cui l’appartenenza diventa autosufficiente rischia di trasformarsi da strumento in recinto.
Leone XIV lo dice direttamente ai giovani, invitandoli ad allargare i propri legami oltre «ogni appartenenza troppo ristretta» e chiedendo che movimento, gruppi e comunità siano un trampolino dal quale immergersi nell’intera realtà.
Non è una critica a Giussani, che infatti viene citato più volte positivamente, è semmai il tentativo di riportare il suo “rischio educativo” alla sua intuizione originaria, educare persone capaci di affrontare liberamente la realtà, non costruire ambienti nei quali la realtà venga preventivamente interpretata e ordinata.
Ancora più significativa è l’insistenza sulla libertà. Nell’amore, dice il Papa, non possono esserci costrizione, indottrinamento, seduzione, inganno o arruolamento, perché «la verità si incontra solo nella libertà».
È una frase che vale per tutta la Chiesa, ma pronunciata davanti a un grande movimento ecclesiale assume inevitabilmente un significato particolare. La forza della fede non si misura dalla capacità di occupare spazi, raccogliere consenso o costruire reti di influenza, si misura dalla libertà che riesce a generare.
Ed è proprio sull’influenza che Leone XIV pronuncia una delle frasi più interessanti, ammettendo che una certa perdita di peso sociale della Chiesa, tanto temuta dagli adulti, può aiutare a riscoprire la vera forza del Vangelo e dei legami che esso è capace di creare.
Qui si avverte forse la distanza maggiore da una stagione del cattolicesimo italiano nella quale, alla mediazione culturale, si è spesso preferita la presenza organizzata, alla costruzione paziente di una cultura condivisa la ricerca di interlocutori politici, alla formazione delle coscienze la difesa di identità e valori dichiarati non negoziabili.
Il Concilio aveva indicato un’altra strada.
Tra il Vangelo e una scelta politica esistono la coscienza, la competenza, il confronto democratico, la ricerca del bene possibile dentro una società pluralista. Non esiste una soluzione tecnica automaticamente cristiana, esistono criteri evangelici con i quali uomini e donne liberi devono misurarsi insieme agli altri.
Leone XIV sembra recuperare proprio questo metodo quando invita a liberare il lavoro dall’idolatria del profitto, l’educazione dall’ideologia, tecnologia e finanza dai business della morte, quando chiede di contrastare rapporti di potere che generano povertà, disuguaglianze, guerre e disastri ambientali.
Non consegna un programma politico, consegna criteri.
Anche il finale sul rinnovamento dei movimenti e sulla sinodalità va nella stessa direzione. Ascoltare significa accettare che qualcosa possa venire anche da chi è diverso, persino da chi non appartiene e forse non apparterrà mai alla Chiesa, significa riconoscere che nessun gruppo possiede l’intero e che l’autorità acquista senso soltanto quando diventa servizio.
Il messaggio di Rimini, allora, potrebbe essere molto più importante di una semplice visita al Meeting.
Leone XIV non chiede ai cattolici di essere meno presenti nella società, chiede loro di esserci diversamente, meno preoccupati di difendere un’identità e più capaci di generare cultura, meno interessati all’influenza e più alla testimonianza, meno chiusi nelle appartenenze e più disponibili alla mediazione.
È un ritorno al Concilio non per nostalgia, ma perché una società frammentata, aggressiva e impaurita ha nuovamente bisogno di cristiani capaci di abitare la complessità senza trasformarla in una guerra tra identità.





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