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Una società davanti allo specchio delle nuove povertà

15 Novembre 2025

Divorzi, crisi produttive e isolamento sociale ridisegnano la mappa della povertà: servono nuove reti di sostegno e una responsabilità condivisa di comunità e laici.

La povertà, oggi, ha cambiato volto. Non riguarda più soltanto chi vive ai margini tradizionali, ma colpisce con crescente frequenza il ceto medio, famiglie che fino a ieri erano stabili, persone che avevano un lavoro sicuro, una casa, progetti definiti. È una povertà nuova, trasversale, spesso improvvisa, che svela la fragilità di un sistema incapace di proteggere anche chi sembrava al riparo.

Una delle cause più diffuse è la crisi familiare. Il divorzio è diventato un moltiplicatore di spese che si abbatte su redditi invariati: due affitti dove prima ce n’era uno, due utenze, due camere per i figli, spese scolastiche e di trasporto raddoppiate. Così famiglie benestanti si ritrovano in pochi mesi sull’orlo della vulnerabilità, costrette a ridimensionare la propria vita senza che sia cambiata la loro capacità di lavoro. È una povertà silenziosa, dignitosa, spesso nascosta perfino agli amici più vicini.

A questa si aggiunge la povertà generata dal collasso di intere attività economiche. Negozi di prossimità, aziende familiari, artigiani, piccole imprese che per decenni hanno sorretto comunità intere vengono travolti dalla potenza della distribuzione online e dalla concorrenza delle industrie asiatiche. Non è una crisi di competenze, ma un cambiamento epocale delle regole del gioco. Il risultato è un impoverimento rapido e traumatico di chi per anni ha sostenuto l’economia reale.

Ma c’è una forma di povertà ancora più subdola, meno immediatamente visibile: la povertà della solitudine. Una solitudine che attraversa due generazioni estreme – gli anziani e i giovani – in modi diversi ma ugualmente drammatici.

Gli anziani sperimentano un isolamento che non è solo fisico: è la sensazione di essere superflui, di non avere più voce, di non essere ascoltati da nessuno. Le famiglie sempre più ristrette, il lavoro dei figli che porta lontano, i quartieri che si svuotano, indeboliscono quella rete di prossimità che un tempo garantiva compagnia, sostegno, dignità. La solitudine diventa povertà emotiva, relazionale, spesso anche materiale.

Una società davanti allo specchio delle nuove povertà

Dall’altra parte, i giovani vivono una solitudine paradossale: immersi in tecnologie sempre più avanzate, circondati da stimoli continui, iperconnessi eppure interiormente deserti. I social totalizzanti promettono relazione ma generano confronto, ansia, dipendenza, isolamento. È una povertà nuova, che nasce dalla mancanza di adulti significativi, dal vuoto educativo, dalla difficoltà di dare senso a ciò che si prova. Una povertà che non produce numeri immediati ma lascia cicatrici profonde.

Di fronte a queste solitudini, la risposta non può essere solo economica.

Servono orecchie pronte ad ascoltare, presenze capaci di restituire compagnia, luoghi dove esprimere fragilità senza sentirsi giudicati. Diventa indispensabile moltiplicare i centri di ascolto, non solo quelli di intervento, perché spesso il primo bisogno non è il denaro, ma una mano tesa, una voce che accoglie, una comunità che non abbandona.

È qui che la Chiesa, con il suo patrimonio di prossimità e umanità, può dare un contributo decisivo. Non soltanto attraverso i sacerdoti o le strutture parrocchiali, ma soprattutto tramite i laici, chiamati oggi a essere presenza attiva nei territori, nelle famiglie, nelle periferie urbane e digitali. La povertà della solitudine si combatte non con programmi astratti ma con relazioni reali: uno sguardo che include, un tempo donato, una visita, un ascolto che cura.

Una recente esortazione pastorale ricorda che «la Chiesa è fedele al Vangelo quando si lascia toccare dai poveri e li pone al centro della sua vita». Non si tratta solo di fare carità, ma di essere comunità: perché la povertà – economica, affettiva, digitale – domanda vicinanza, non servizi impersonali.

Per questo le politiche pubbliche restano essenziali: salari adeguati, sostegni familiari, protezioni per chi perde lavoro, tutela dei piccoli commerci, investimenti industriali capaci di competere globalmente. Ma nulla potrà funzionare davvero se la società non ricostruirà legami. Se il vicinato non tornerà a essere comunità. Se la Chiesa – e in essa i laici – non sceglierà di rimettere al centro l’ascolto, il tempo, la cura delle ferite invisibili.

Le nuove povertà ci obbligano a rivedere tutto: modelli economici, stili di vita, relazioni. Non è più un fenomeno distante: è accanto a noi, a volte dentro di noi. Per questo la risposta non può essere delegata. Una società che ascolta, sostiene e accompagna è una società che rinasce.

E forse, oggi più che mai, è proprio l’ascolto il primo atto di giustizia.

Immagine nel testo: Elderly woman walking towards the camera on a snowy walkway, Promenadeplatz, Munich, Germany julesvernex2 di Jules Verne Times Two, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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