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Una tragedia annunciata: il pluriomicida di Milano e la crisi del sistema carcerario italiano

13 Maggio 2025

Il cuore pulsante di una metropoli, un hotel frequentato da turisti e lavoratori, la normalità che all’improvviso si spezza. Emanuele De Maria, 35 anni, già condannato per omicidio e in regime di semilibertà, accoltella a morte un collega all’interno dell’Hotel Berna, dove lavorava. Poche ore dopo, una seconda collega viene trovata senza vita. Il giorno successivo, l’uomo si suicida gettandosi dal tetto del Duomo. Tre morti in meno di 48 ore.

Una spirale di violenza che ha scosso l’intero Paese.
Ma dietro a questo fatto di cronaca nera si nasconde un’altra storia, più lunga, più silenziosa, e forse ancora più inquietante: quella di un sistema penitenziario al collasso, dove la pena non rieduca, il reinserimento è una chimera e chi lavora nelle carceri è lasciato solo.

Il caso De Maria ha riportato alla luce una serie di domande fondamentali: com’era stato valutato il suo percorso rieducativo? Quali strumenti di monitoraggio erano stati attivati? Quali supporti psicologici gli erano stati garantiti, e da chi?

La semilibertà, prevista dall’ordinamento penitenziario come misura alternativa, dovrebbe rappresentare una fase delicata ma essenziale per il reinserimento graduale del detenuto nella società. Tuttavia, troppo spesso essa si trasforma in una zona grigia: né pienamente custodita, né davvero accompagnata.

Mancano psicologi, mancano educatori, mancano progetti di formazione, e manca soprattutto la capacità istituzionale di assumersi la responsabilità di questi passaggi.

Il dramma non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che non è stato fatto per evitarlo.

Nel 2024 si sono registrati 88 suicidi tra i detenuti, il numero più alto mai raggiunto. E nei primi due mesi del 2025, già 57 persone sono morte dietro le sbarre, 13 per propria mano.

È il grido inascoltato di chi vive in celle affollate, prive di umanità, in cui spesso si condividono spazi stretti con tre o quattro persone. A novembre scorso, i detenuti in Italia erano oltre 62.000 contro una capienza regolamentare di 46.771 posti. Un tasso di sovraffollamento del 133%.

In queste condizioni, parlare di “rieducazione” appare quasi beffardo. La quotidianità è scandita dalla noia, dalla mancanza di prospettive, dal vuoto. E nel vuoto, la rabbia cresce.

Il lavoro, che dovrebbe essere al centro del percorso rieducativo, è un privilegio per pochi.

Solo un detenuto su tre ha accesso a un’attività lavorativa, e di questi solo lo 0,9% lavora per imprese esterne.

Il carcere diventa così un tempo sospeso, improduttivo, sterile.

Una tragedia annunciata: il pluriomicida di Milano e la crisi del sistema carcerario italiano

Eppure i dati parlano chiaro: dove c’è lavoro e formazione, la recidiva crolla. Secondo un rapporto dell’Associazione Antigone, la percentuale di recidiva tra chi lavora in carcere scende al 19%, contro il 68% tra chi non ha mai avuto accesso ad attività formative o lavorative. Ma i fondi sono pochi, le cooperative sociali lottano per sopravvivere, e le buone pratiche restano confinati a isole felici, incapaci di fare sistema.

Per comprendere quanto il nostro sistema sia distante da una vera logica rieducativa, basta volgere lo sguardo al Nord Europa. In paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca, la privazione della libertà non coincide con la privazione della dignità. Le carceri scandinave, pur nella loro funzione punitiva, si fondano su un principio chiave: “il detenuto perderà la libertà, non i diritti”.

In Norvegia, la struttura penitenziaria di Halden, considerata tra le più avanzate al mondo, ospita detenuti in celle singole dotate di bagno privato, scrivania, televisore e vista su aree verdi. Qui i detenuti cucinano, lavorano, studiano, fanno sport. Il rapporto con gli agenti penitenziari è improntato al dialogo: molti poliziotti condividono con i detenuti i pasti e partecipano alle attività quotidiane.

Non è buonismo, ma strategia. Il tasso di recidiva in Norvegia si attesta intorno al 20%, contro il 68% in Italia.

L’obiettivo non è vendicare, ma preparare al ritorno in società. Nelle carceri svedesi, ad esempio, si lavora con piccoli gruppi, si offre assistenza psicologica costante, e i detenuti possono iniziare a cercare lavoro e casa mesi prima della scarcerazione. I percorsi educativi sono personalizzati, e lo Stato investe nei singoli progetti rieducativi come forma concreta di prevenzione sociale.

In Italia, al contrario, si continua a investire nella custodia, non nel reinserimento. Il modello resta custodialistico, centrato sul controllo, privo di reale progettualità. Dove i paesi del Nord vedono un individuo da recuperare, da noi troppo spesso si vede un corpo da contenere.

In questo scenario, anche chi lavora all’interno delle carceri vive una condizione insostenibile. Agenti penitenziari, educatori, assistenti sociali e psicologi operano in carenza cronica di organico, senza formazione specifica continuativa, spesso in condizioni di stress e frustrazione estrema. Il tasso di burnout tra gli operatori penitenziari è altissimo, e non mancano, purtroppo, i casi di suicidio anche tra le divise blu.

Queste figure non sono solo “sorveglianti”, ma dovrebbero essere – almeno sulla carta – elementi centrali nel processo rieducativo. In realtà, molti si trovano a svolgere ruoli di supplenza, tra burocrazia, gestione dell’ordine e pressioni psicologiche. Lo Stato, che dovrebbe proteggerli, spesso li lascia soli in prima linea.

La tragedia di Milano è un epilogo che poteva – e doveva – essere evitato. È l’effetto domino di anni di mancate riforme, di tagli ai fondi, di indifferenza. Serve una svolta netta.

Serve investire in edilizia penitenziaria, certo, ma anche e soprattutto in persone: più formazione, più educatori, più psicologi, più progetti. Serve attivare un sistema di monitoraggio serio per chi accede a misure alternative. Serve tornare a credere che una pena che non rieduca è solo vendetta travestita da giustizia.
In carcere non ci vanno solo “i colpevoli”: ci vanno anche le nostre responsabilità collettive.

Perché quando lo Stato rinuncia a rieducare, non protegge la società: la espone a nuovi drammi.

Il carcere, così com’è oggi, non solo non cura, ma ferisce. E alla fine uccide. Non solo
chi ci vive, ma chi ci lavora, chi ci entra e chi – come le vittime di Milano – ne resta

Immagine nel testo: Torre de Belem -Belem Tower- (Detail) (47286446831) di Pedro Ribeiro Simões from Lisboa, Portugal, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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