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Carcere, emergenza senza fine: la politica non può più tacere

6 Giugno 2025

Il sovraffollamento penitenziario esplode: diritti calpestati, suicidi in aumento, minori dimenticati. Servono misure urgenti, non proclami.

Nel cuore della democrazia italiana, le carceri raccontano un’altra storia: fatta di silenzio istituzionale, di numeri che gridano vendetta e di esseri umani compressi, dimenticati, spogliati della dignità.

Al 30 aprile 2025, i detenuti erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.292 posti. Sono oltre 11.000 le persone di troppo: un’intera città costretta a vivere in condizioni indegne, spesso in attesa di giudizio.

Il carcere è diventato la risposta automatica a ogni insicurezza sociale. Si continuano a introdurre nuovi reati, nuove ostatività, si allungano le pene e si moltiplicano i vincoli per l’accesso alle misure alternative. Il decreto Caivano, ad esempio, ha permesso l’arresto per spaccio di lieve entità e reso più difficile l’accesso alla “messa alla prova” per i minorenni. Il risultato? Il sistema della giustizia minorile è sull’orlo del collasso, con un aumento del 50% dei minori detenuti in soli due anni: da 385 a 600 ragazzi.

Nel 2024 si è registrato il numero più alto di suicidi in carcere mai visto: 91 vite spezzate. Nei primi cinque mesi del 2025 sono già 34, e l’estate, periodo ad altissimo rischio, deve ancora cominciare. Una catastrofe annunciata, ignorata. L’allarme lanciato dal Garante nazionale dei detenuti non è servito a cambiare la rotta.

Il carcere, in queste condizioni, non rieduca. Non cura. Non protegge. Diventa al contrario un luogo che amplifica il disagio, alimenta la recidiva, minaccia la sicurezza e danneggia anche chi lavora al suo interno: agenti penitenziari, educatori, medici e psicologi, sottoposti a uno stress professionale insostenibile. A pagarne il prezzo più alto sono sempre i più fragili: tossicodipendenti, persone con problemi psichiatrici, stranieri, giovani.

Carcere, emergenza senza fine: la politica non può più tacere

E intanto l’Italia è sotto osservazione internazionale. L’Olanda, solo poche settimane fa, ha negato l’estradizione di un sospetto omicida verso il nostro Paese, giudicando inadeguate le condizioni carcerarie italiane.

Non è solo una ferita alla giustizia: è una vergogna diplomatica.

Ma l’unica risposta che si sente avanzare è quella dell’edilizia carceraria: più prigioni, più celle. Un vicolo cieco. Aumentare di 1.200 unità la popolazione carceraria in un anno significa dover costruire almeno 4 nuovi penitenziari ogni 12 mesi, con costi insostenibili e ritorni dubbi. Quei soldi, invece, dovrebbero andare ad assumere educatori, psicologi, assistenti sociali, medici. A rafforzare la magistratura di sorveglianza, gli uffici giudiziari, l’esecuzione penale esterna. A garantire difesa e assistenza legale ai non abbienti.

Serve una politica penale diversa. Meno afflittiva, più intelligente. Che riduca il ricorso alla custodia cautelare, favorisca l’uscita anticipata dal carcere per chi ha dimostrato di voler cambiare, acceleri la concessione di misure alternative per i 90.000 “liberi sospesi”, condannati definitivi a pene inferiori ai quattro anni che attendono, per anni, una decisione.

Oggi, nelle carceri italiane, ci sono circa 8.000 detenuti con pena residua inferiore a un anno. Rieducarli tra le mura è illusorio. Ma nessuno si assume la responsabilità di lasciarli uscire.

La Costituzione italiana assegna alla pena una funzione precisa: la rieducazione. Ma quando questa funzione è tradita, il carcere diventa solo vendetta. E la vendetta, in uno Stato di diritto, non può avere cittadinanza.

Ora tocca alla politica: scegliere se continuare a tacere, o finalmente battere un colpo.

Pietro Giordano

Immagine nel testo: Carcere di Regina Coeli (Rome) from Belvedere dei Salviati di Krzysztof Golik, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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