Quando la politica non riesce più a costruire comunità, il populismo costruisce nemici, trasforma la paura in identità e il conflitto democratico in una guerra permanente
Ad Assisi Leone XIV ha pronunciato parole che sarebbe un errore confinare dentro il recinto della Chiesa, parlando ai giovani ha ricordato che la radicalità evangelica è l’opposto del fondamentalismo, ha messo in guardia dalla strumentalizzazione politica della religione, dai pregiudizi, dalla cattiva informazione e dai nemici costruiti attraverso la paura, parole religiose certamente, ma anche profondamente politiche, perché toccano uno dei problemi più seri delle nostre democrazie, la crescente necessità di avere un nemico per sapere chi siamo.
È qui che entra in gioco il populismo, non come semplice linguaggio aggressivo o come fenomeno appartenente esclusivamente a una parte politica, ma come cultura che divide la società in due campi moralmente contrapposti, da una parte il popolo autentico, sano, tradito, dall’altra un’élite, una casta, un gruppo, una minoranza o un nemico indicato come responsabile di quasi tutto ciò che non funziona. Il populismo ha bisogno di questa divisione perché vive molto più facilmente della rabbia che della complessità, non deve spiegare fino in fondo i problemi, deve indicare chi li avrebbe provocati.
È una scorciatoia potente. Governare significa scegliere, mediare, assumersi responsabilità, spiegare che alcune soluzioni costano, altre richiedono tempo, altre ancora non esistono nella forma semplice che vorremmo, il populismo invece promette che il problema ha sempre un colpevole identificabile e che basterebbe rimuoverlo per rimettere le cose a posto. I migranti, Bruxelles, i giudici, la finanza, i burocrati, i giornalisti, le multinazionali, la politica, gli intellettuali, a seconda dei momenti cambia il bersaglio, non cambia il meccanismo.
Da questo punto di vista il populismo non ha inventato il conflitto, che è parte naturale della democrazia, ha fatto qualcosa di più pericoloso, ha trasformato l’avversario in un soggetto moralmente illegittimo. L’avversario può essere battuto alle elezioni, contrastato in Parlamento, criticato duramente, il nemico deve invece essere delegittimato, espulso simbolicamente dalla comunità, dipinto come qualcuno che non appartiene davvero al popolo oppure che agisce contro di esso.
È una dinamica che attraversa destra e sinistra in forme diverse. A destra può tradursi nell’idea di una nazione assediata, tradita dalle élite, minacciata dall’immigrazione, dai giudici, dall’Europa o dalle minoranze, a sinistra può prendere la forma speculare di una superiorità morale che considera ignorante, arretrato o indegno chi non condivide determinati valori. In entrambi i casi si perde la politica, perché non si discute più soltanto di ciò che l’altro propone, si mette in discussione ciò che l’altro è.
I social hanno moltiplicato questo processo, non perché la tecnologia sia di per sé responsabile, ma perché indignazione, semplificazione e paura producono attenzione più rapidamente del ragionamento, così è accaduto qualcosa di ancora più grave, la politica ha imparato dagli algoritmi, ha capito che il nemico fidelizza più di un progetto, che una frase aggressiva circola più di una proposta complessa, che una comunità impaurita è più facile da mobilitare di una comunità chiamata a ragionare.
Anche la religione può essere trascinata dentro questo meccanismo, una croce può essere testimonianza di una fede oppure diventare una bandiera contro qualcuno, allo stesso modo la laicità può essere difesa della libertà oppure trasformarsi in disprezzo verso chi crede. Francesco, che pure possedeva un’identità radicalissima, racconta esattamente l’opposto, non aveva bisogno di costruire un nemico per sapere chi fosse.

Forse è questo il punto più importante. Il populismo ha prosperato anche perché la politica tradizionale ha smesso troppe volte di offrire visioni credibili, ha lasciato vuoti sociali, culturali ed economici, ha parlato linguaggi lontani dalla vita concreta e ha permesso che la rabbia diventasse l’unico strumento di rappresentanza, ma proprio per questo non basta condannarlo, occorre ricostruire una politica capace di parlare alle paure senza alimentarle, di riconoscere i problemi senza inventare capri espiatori, di rappresentare il disagio senza trasformarlo in odio.
Una democrazia vive finché riesce a distinguere l’avversario dal nemico, il conflitto dalla guerra, l’identità dall’esclusione. Quando perde questa capacità può continuare a votare, discutere, occupare televisioni e social, ma comincia lentamente a svuotarsi. Il problema del nostro tempo non è avere troppi avversari, è avere sempre più bisogno di trasformarli in nemici, perché non sappiamo più bene quale futuro vogliamo costruire insieme.





Lascia un commento