Dietro le spiagge affollate e le città d’arte piene di turisti c’è un’altra Italia, quella di chi lavora ma deve fare i conti prima di partire. La rinuncia alle ferie diventa così uno degli indicatori più evidenti dell’impoverimento del ceto medio e della perdita di valore del lavoro.
C’è qualcosa che non torna nel racconto dell’estate italiana, perché mentre televisioni e giornali ci mostrano autostrade congestionate, aeroporti pieni, spiagge affollate e città d’arte prese d’assalto, milioni di italiani rimangono a casa, spesso non per scelta ma perché una settimana di vacanza è diventata una spesa troppo pesante da affrontare dopo il mutuo o l’affitto, le bollette, la spesa quotidiana, l’automobile e tutto quello che serve per mandare avanti una famiglia.
La questione, allora, non riguarda soltanto il turismo e nemmeno il costo di un ombrellone, riguarda qualcosa di molto più profondo, la progressiva erosione di quella sicurezza economica che per decenni aveva accompagnato la crescita del ceto medio italiano.
La vacanza, nell’Italia del dopoguerra, non era semplicemente un consumo, era una conquista sociale, insieme alla casa, all’automobile, agli studi dei figli e alla possibilità di mettere da parte qualche risparmio. Le ferie pagate e la settimana al mare rappresentavano il segno tangibile che il lavoro non serviva soltanto a sopravvivere ma permetteva, lentamente, di migliorare la propria condizione.

Negli anni del boom economico questo meccanismo era stato compreso perfettamente anche dall’industria. La Fiat di Vittorio Valletta e poi progressivamente della famiglia Agnelli costruì una parte enorme della propria fortuna sulla motorizzazione di massa, comprendendo che non bastava produrre automobili, bisognava creare una società nella quale milioni di persone potessero permettersi di comprarle.
La 600 e poi la 500 non erano pensate per rimanere nei saloni dei concessionari o per essere acquistate soltanto dai benestanti, dovevano entrare nella vita quotidiana delle famiglie italiane, accompagnare il lavoratore in fabbrica durante la settimana e poi, quando arrivavano le ferie, caricare moglie, figli, valigie e ombrellone e partire verso il mare.
Era il principio fondamentale del capitalismo fordista, che aveva capito una cosa persino banale ma decisiva, chi produce deve avere anche la possibilità di consumare. La crescita dei salari reali, accompagnata dall’aumento della produttività, alimentava i consumi, i consumi aumentavano la domanda, la domanda spingeva nuovi investimenti e nuovi investimenti producevano altra occupazione.
L’operaio che costruiva l’automobile doveva poter diventare anche l’operaio che la comprava.
Oggi sembra che questa semplice relazione sia stata dimenticata, perché discutiamo continuamente del costo del lavoro e molto meno del valore del lavoro, celebriamo l’aumento dell’occupazione senza domandarci abbastanza che cosa una persona possa realmente permettersi con il proprio stipendio.
Eppure è proprio questa la domanda decisiva.
Se una persona lavora tutto l’anno ma deve rinunciare alle ferie, se una coppia con due redditi deve scegliere tra una settimana al mare e le spese che arriveranno a settembre, se cambiare automobile diventa un investimento da rinviare indefinitamente, se mettere da parte cento euro al mese diventa difficile, allora il problema non è soltanto individuale, significa che qualcosa si è rotto nel rapporto tra lavoro, reddito e benessere.
Per decenni il patto implicito della società italiana era stato abbastanza chiaro, lavorando e facendo sacrifici si poteva immaginare di migliorare progressivamente la propria condizione, acquistare una casa, far studiare i figli, costruire qualche risparmio e concedersi anche una parte di quella vita che non fosse soltanto lavoro e necessità.
Oggi quel patto appare molto più fragile.
Naturalmente nessuno può sostenere che lo Stato debba garantire a tutti quindici giorni al mare, sarebbe una caricatura del problema, ma una società dovrebbe interrogarsi seriamente quando una parte consistente di coloro che lavorano riesce sempre meno a permettersi ciò che fino a qualche decennio fa apparteneva alla normalità del ceto medio.
C’è poi un paradosso tutto italiano, mentre celebriamo record turistici, alberghi pieni e milioni di stranieri che scelgono le nostre città, i nostri borghi e le nostre coste, rischiamo di costruire un Paese nel quale gli italiani possono lavorare nell’industria del turismo ma sempre meno permettersi di essere turisti.
È possibile avere città piene e famiglie più povere, alberghi esauriti e lavoratori che non partono, un aumento delle presenze turistiche senza un corrispondente aumento del benessere di chi vive e lavora nei territori.
Ed è forse proprio qui che dovremmo tornare alla lezione, tutt’altro che nostalgica, degli anni della crescita italiana.
Agnelli e la grande industria avevano compreso che per vendere automobili servivano persone che avessero abbastanza reddito per comprarle e anche abbastanza tempo e denaro per usarle, magari proprio caricandole di valigie e partendo per le ferie.
Oggi produciamo, lavoriamo, esportiamo, accogliamo milioni di turisti, ma abbiamo dimenticato una parte essenziale di quella lezione.
Un’economia nella quale chi lavora riesce soltanto a pagare ciò che è indispensabile può forse reggere ancora per qualche tempo, ma prima o poi scoprirà che, senza consumatori, anche i produttori hanno ben poco da festeggiare.





Lascia un commento