Le imprese incassano di più mentre diminuiscono le quantità vendute, i prezzi aumentano e molte famiglie faticano. Per capire se il Paese stia davvero progredendo non bastano Pil e fatturati, bisogna misurare redditi reali, salute, lavoro, servizi, ambiente e qualità della vita.
I numeri raccontano che a giugno il fatturato dell’industria è aumentato del 3,1% rispetto all’anno precedente, quello dei servizi del 3,2%, una notizia apparentemente positiva, buona per sostenere che l’economia italiana stia ritrovando slancio. Guardando meglio, però, si scopre che nell’industria le quantità vendute sono diminuite dello 0,9% e nei servizi dello 0,5%. Crescono gli importi scritti sulle fatture, non i beni e i servizi effettivamente scambiati.
Non significa che le imprese stiano automaticamente guadagnando di più, il fatturato non è il profitto e anche le aziende devono sostenere costi più elevati per energia, materiali, credito e trasporti. Significa però che la crescita nominale non può essere confusa con quella reale, soprattutto quando la produzione industriale diminuisce dello 0,6% su base annua, i beni di consumo arretrano del 3,2% e i prezzi alla produzione aumentano del 5,8%, sebbene il dato sia fortemente influenzato dalla componente energetica.
La domanda da porre alla politica, dunque, non è soltanto quanto sia cresciuto il fatturato, ma quanto sia migliorata la vita delle persone. Per rispondere esiste già uno strumento, il BES, il Benessere equo e sostenibile, elaborato dall’Istat insieme alle parti sociali e alla società civile proprio per integrare le informazioni economiche con quelle sociali e ambientali. Il BES comprende 152 indicatori, distribuiti in dodici ambiti, dalla salute all’istruzione, dal lavoro alle condizioni economiche, dalle relazioni sociali alla sicurezza, fino all’ambiente, alla qualità dei servizi e alla soddisfazione per la propria vita.

Se applicassimo questo criterio alla situazione italiana, il giudizio sull’economia sarebbe più completo e probabilmente meno trionfalistico. Dovremmo verificare se sia cresciuto il reddito disponibile reale delle famiglie, se siano diminuite la povertà e le diseguaglianze, se il lavoro creato sia stabile e adeguatamente retribuito, se le persone riescano a conciliare occupazione e vita familiare, se possano curarsi senza rinunciare ad altre spese e se vivano in territori dotati di trasporti, scuole e servizi accessibili.
A luglio l’inflazione ha raggiunto il 2,9%, i prodotti acquistati più frequentemente sono aumentati del 3,4%, mentre i prezzi dell’energia regolamentata sono cresciuti del 14,8%. Per il Pil si tratta di consumi, per il fatturato sono ricavi, per una famiglia sono invece risorse sottratte al risparmio, alla salute, alla cultura, alle vacanze o all’aiuto dato ai figli. La stessa spesa può quindi migliorare un indicatore economico e contemporaneamente peggiorare il benessere di chi è costretto a sostenerla.
Il BES non deve sostituire il Pil, perché produzione, investimenti e conti pubblici restano essenziali, deve però impedire che un solo numero diventi il certificato di buona salute dell’intero Paese. Un aumento dell’occupazione, ad esempio, non basta se cresce il lavoro povero, un incremento dei consumi non è necessariamente positivo se deriva dall’aumento dei prezzi, una maggiore spesa sanitaria non rappresenta un progresso se dipende dalle cure che i cittadini devono pagare privatamente perché il servizio pubblico non risponde.
Il paradosso è che dal 2016 il BES fa già parte della programmazione economica nazionale e alcuni suoi indicatori accompagnano i documenti del Governo, ma continua a essere trattato come un allegato, interessante per gli studiosi e quasi irrilevante nel confronto politico. Le leggi di bilancio dovrebbero invece indicare in modo comprensibile non soltanto il loro effetto su Pil, deficit e debito, ma anche le conseguenze previste su redditi, diseguaglianze, occupazione femminile e giovanile, salute, istruzione, ambiente e accessibilità dei servizi.
Cambierebbe così anche la responsabilità della politica. Un governo non potrebbe limitarsi ad annunciare qualche decimale di crescita, dovrebbe dimostrare chi ne abbia beneficiato, in quali territori e con quali effetti duraturi. Anche le imprese dovrebbero essere premiate non soltanto per quanto fatturano, ma per il lavoro stabile che creano, per gli investimenti, per la formazione, per la sostenibilità delle produzioni e per la capacità di condividere i risultati con lavoratori e comunità.
Il fatturato misura ciò che passa attraverso le fatture, il BES prova a misurare ciò che rimane nella società. Se aumentano prezzi, ricavi e spese obbligate, mentre diminuiscono produzione, potere d’acquisto e qualità dei servizi, l’economia può apparire più grande senza rendere migliore il Paese. La vera crescita comincia quando i numeri smettono di essere un alibi e diventano la misura concreta della dignità con cui le persone possono vivere.





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Condivido totalmente invece è un dato ignorato dalla politica e dalla programmazione