Il documento della Commissione teologica internazionale non chiede di venerare la natura né di rinunciare allo sviluppo, ma afferma che distruggere l’ambiente, impoverire le risorse comuni e scaricare i costi sui più deboli significa tradire una responsabilità morale. Un principio che, se preso sul serio, costringe a giudicare politiche, investimenti e comportamenti molto più delle campagne pubblicitarie e delle giornate dedicate agli alberi.
La parola scelta è impegnativa, perché non consente di nascondersi dietro l’indifferenza e neppure dietro la propaganda. Danneggiare il creato non è soltanto un errore amministrativo, una conseguenza sfortunata dello sviluppo o un problema tecnico da affidare agli esperti, è una colpa morale che riguarda il rapporto dell’uomo con Dio, con gli altri uomini e con le generazioni che verranno. Il documento della Commissione teologica internazionale, “Prendersi cura della nostra Casa comune”, pubblicato con l’autorizzazione di Papa Leone XIV, porta a maturazione il cammino aperto dalla Laudato si’ di Francesco e afferma che si può peccare contro il creato e contro il Creatore non soltanto attraverso azioni distruttive, ma anche mediante omissioni, silenzi, convenienze e scelte pubbliche consapevolmente rinviate.
È un passaggio che dovrebbe mettere in difficoltà molti professionisti dell’ambientalismo ornamentale, quelli che piantano qualche albero davanti alle telecamere mentre autorizzano altro consumo di suolo, organizzano una giornata ecologica e contemporaneamente trascurano le reti idriche, finanziano manifestazioni verdi senza controllare l’impatto delle attività economiche sostenute con denaro pubblico. Se il degrado ambientale appartiene alla sfera della responsabilità morale, non basta dichiararsi sensibili alla natura, bisogna rispondere delle conseguenze prodotte dalle proprie decisioni, comprese quelle apparentemente neutrali contenute in un piano urbanistico, in una concessione, in un appalto, nella localizzazione di un impianto o nella mancata manutenzione di un depuratore.
La parola sostenibilità viene pronunciata con grande facilità, spesso senza diventare un criterio realmente vincolante. Ogni ettaro di terreno fertile cancellato, ogni nuovo insediamento commerciale autorizzato senza adeguare strade e trasporto pubblico, ogni corso d’acqua lasciato vulnerabile agli scarichi, ogni area già costruita che continua a degradarsi mentre si preferisce occupare nuovo suolo rappresenta una scelta precisa, non una fatalità. Lo stesso vale per un’agricoltura che, quando perde equilibrio, può impoverire la biodiversità, aumentare la pressione sulle risorse idriche e trasformare interi territori in piattaforme produttive, lasciando alla collettività i costi ambientali e sanitari.

Il documento evita però un equivoco importante, perché non propone una religione della natura e non considera l’essere umano un intruso da espellere dal pianeta. Respinge tanto l’antropocentrismo predatorio, secondo il quale tutto sarebbe disponibile per lo sfruttamento, quanto il biocentrismo radicale che finisce per cancellare la specificità e il valore della persona. L’uomo può utilizzare le risorse naturali, coltivare, produrre, costruire e trasformare, ma non può comportarsi come proprietario assoluto di ciò che ha ricevuto e che dovrà consegnare ad altri. La custodia non significa immobilità, significa limite, misura e responsabilità.
Qui emerge la parte politicamente più scomoda. La proprietà privata non è un diritto privo di obblighi, lo sviluppo non può essere valutato soltanto sulla base del profitto prodotto e la transizione ecologica non può diventare un conto da presentare indistintamente ai cittadini. Chi ha inquinato di più, consumato più risorse e ricavato maggiori vantaggi deve sostenere una parte maggiore dei costi, mentre troppo spesso accade il contrario, con famiglie e piccole attività chiamate a pagare interventi ambientali decisi dall’alto e grandi interessi economici capaci di ottenere deroghe, compensazioni e finanziamenti. Anche l’ecologia può diventare ingiusta quando chiede sacrifici a chi ha meno possibilità di scegliere e lascia sostanzialmente intatti i modelli che hanno generato il problema.
Definire peccato la distruzione del creato significa allora riconoscere anche l’esistenza di strutture di peccato, meccanismi economici, amministrativi e culturali nei quali la responsabilità individuale si somma a quella collettiva. Non è sufficiente che il cittadino differenzi correttamente i rifiuti se i prodotti continuano a essere progettati per durare poco, non basta invitarlo a usare meno l’automobile se il trasporto pubblico è insufficiente, non serve colpevolizzarlo per il consumo energetico quando vive in un edificio inefficiente e non dispone delle risorse necessarie per riqualificarlo. La conversione richiesta non è soltanto quella delle abitudini personali, ma anche quella delle regole e degli investimenti.
Il valore più profondo di questo documento sta proprio nel sottrarre l’ambiente alla retorica e nel restituirlo alla coscienza. Se la natura è una casa comune, nessuno può incendiarne una stanza sostenendo che la proprietà gli appartiene, nessuna amministrazione può limitarsi a inaugurare un’aiuola mentre lascia crescere le cause del degrado e nessuna impresa può comprare una reputazione verde con una sponsorizzazione. Il creato non ha bisogno di cerimonie riparatrici, ma di decisioni verificabili, bilanci trasparenti, limiti rispettati e responsabilità riconoscibili. Tutto il resto, anche quando utilizza parole bellissime, rischia di essere soltanto un modo elegante per continuare come prima.





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