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Il progressismo immobile: perché la sinistra italiana non riesce a costruire

31 Ottobre 2025

Dalla Tav al Ponte sullo Stretto, dalle trivellazioni ai rigassificatori: una sinistra prigioniera della sua cultura del “no”, incapace di coniugare transizione ecologica, sviluppo industriale e coesione territoriale

L’Italia resta, da vent’anni, il Paese europeo con la più bassa spesa effettiva in infrastrutture strategiche rispetto al PIL. È un dato che non dipende solo dai vincoli di bilancio, ma da un elemento culturale e politico più profondo: la difficoltà, tipicamente italiana e in particolare della sinistra, di riconciliare l’idea di sostenibilità con quella di crescita.
Una difficoltà che ha radici lontane — nella cultura del sospetto verso il capitale, nella diffidenza verso l’impresa, nell’ambientalismo moralista — e che oggi produce un effetto paralizzante: l’incapacità di decidere.

Il Ponte sullo Stretto di Messina, la Tav Torino-Lione, la Gronda di Genova, il gasdotto TAP, le piattaforme di trivellazione nel Canale di Sicilia: casi diversi, stesso schema.
Ogni progetto viene discusso per decenni, ostacolato da comitati locali, rimpallato tra ministeri e regioni, rallentato da ricorsi e sospensioni.

La sinistra, in questa dinamica, raramente svolge un ruolo di guida: si limita a mediare tra spinte contrapposte, temendo di scontentare la propria base ambientalista o sindacale. Così la politica industriale diventa amministrazione del compromesso, non visione del futuro.

Eppure la competitività del Paese si misura anche sulla capacità di realizzare infrastrutture in tempi certi. La Germania e la Francia — entrambe guidate in passato da maggioranze progressiste — hanno costruito reti ad alta velocità e infrastrutture energetiche in chiave ecologica, non rinunciando allo sviluppo ma rendendolo compatibile con la sostenibilità. In Italia, invece, ogni grande opera è sospesa tra ideologia e paura.

Una parte della sinistra ha fatto dell’ambientalismo la propria bandiera identitaria, ma spesso lo ha tradotto in una versione statica e difensiva: “non toccare”, “non scavare”, “non costruire”.
È un riflesso che risponde a istanze reali — tutela del territorio, paura della corruzione, lotta agli sprechi — ma che nel tempo ha assunto tratti dogmatici. Il principio di precauzione, pensato per valutare i rischi, è diventato una regola di inazione.

Così, nel nome della transizione ecologica, si rinuncia a investimenti che potrebbero ridurre le emissioni complessive: un rigassificatore moderno sostituisce carbone, una linea ferroviaria ad alta capacità toglie camion dalle strade, una trivellazione in acque controllate può limitare l’importazione di gas da Paesi più inquinanti.

Il progressismo immobile: perché la sinistra italiana non riesce a costruire

È un paradosso che non sfugge agli economisti: il “no” non ferma l’impatto ambientale, lo sposta altrove.

Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina è il paradigma di questa incertezza.
Non si tratta solo di un’infrastruttura simbolica, ma di una connessione strategica: collegare due regioni periferiche al cuore produttivo del Paese. La sua mancata realizzazione non è il frutto di una valutazione tecnica, ma di una paura politica: essere identificati con l’idea di “cementificazione”, con la “grande opera inutile”.

Il punto non è se il ponte debba essere realizzato “comunque”, ma che la sinistra — se vuole essere forza di governo e non solo di testimonianza — dovrebbe saper guidare il processo, non subire il dibattito. La differenza tra prudenza e immobilismo è la capacità di decidere dopo aver valutato. Non di non decidere mai.

Le contraddizioni emergono ancora più chiaramente sul terreno energetico.

L’Italia importa oltre il 75% del suo fabbisogno energetico. Eppure, da più di vent’anni, ogni tentativo di diversificare le fonti — rigassificatori, termovalorizzatori, trivellazioni controllate — incontra la stessa resistenza politica e culturale.

Le sinistre europee hanno ormai accettato la necessità di un mix energetico che includa gas di transizione, idrogeno, nucleare di nuova generazione. La sinistra italiana resta invece ancorata a un’idea “pura” di ecologia che ignora i tempi e i costi della realtà.

Il risultato è che la dipendenza dall’estero cresce, i costi energetici rimangono più alti, e la competitività industriale si riduce. Tutto in nome di una virtù che si trasforma in vizio: l’illusione che basti dire “no” per essere giusti.

In fondo, la crisi della sinistra italiana sul tema delle infrastrutture è una crisi di identità.
Il riformismo, nella sua accezione storica, nasce dall’idea che lo Stato debba guidare il progresso, non bloccarlo. Che la giustizia sociale passi anche dalla modernizzazione economica e dalla crescita produttiva. Oggi invece prevale un atteggiamento minoritario, difensivo, che confonde la cautela con la virtù e la rinuncia con l’etica.

Il risultato è duplice: un Paese che non costruisce più e una sinistra che non rappresenta più i ceti produttivi, i lavoratori industriali, gli innovatori.

Se la sinistra vuole tornare a essere credibile, deve imparare a parlare la lingua dell’efficienza e della realizzazione. Deve dire “sì” a ciò che serve, a ciò che riduce le disuguaglianze territoriali, a ciò che connette il Sud al resto del Paese e l’Italia all’Europa.
Perché la giustizia sociale passa anche dalle infrastrutture: da un treno che collega, da un ponte che unisce, da un impianto che riduce le emissioni senza ridurre la crescita.

Serve una nuova cultura del progetto pubblico: trasparente, partecipata, ma capace di decidere. Perché dietro ogni opera bloccata non ci sono solo appalti sospesi o fondi perduti. C’è un pezzo di futuro che non arriva mai.

In fondo, non è una questione di destra o sinistra. È una questione di visione: quella che l’Italia, da troppo tempo, ha smarrito in nome del consenso immediato.

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Politica

Pietro Giordano

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