Ci siamo liberati da una morale clericale che spesso pretendeva di controllare le coscienze, ma al suo posto non abbiamo costruito un’etica più adulta, abbiamo lasciato crescere la regola secondo cui è bene ciò che mi serve e male ciò che limita il mio interesse.
La morale dominante del nostro tempo può essere riassunta con una formula brutale, è giusto ciò che mi conviene, è ingiusto ciò che mi ostacola, e ciò che ieri veniva difeso come principio oggi può essere abbandonato senza imbarazzo se cambia la posizione dalla quale lo si guarda. Si invoca la legalità quando deve colpire l’avversario e la comprensione quando riguarda un amico, si pretende libertà per se stessi e disciplina per gli altri, si difende il bene comune finché non domanda una rinuncia personale, mentre parole come coerenza, responsabilità e limite sembrano residui di un’epoca meno furba.
Non bisogna rimpiangere la morale cattolica nella forma clericale che ha dominato a lungo la società italiana, spesso costruita attraverso interpretazioni rigide, selettive e talvolta ossessive, severissima sulla sessualità, sul corpo e sulle scelte individuali, assai più indulgente davanti al potere, alla ricchezza, allo sfruttamento e alle ingiustizie. Quella morale ha prodotto sensi di colpa, ipocrisie e obbedienze esteriori, confondendo in troppi casi il peccato con la violazione di una convenzione sociale e presentando come volontà di Dio ciò che apparteneva alla cultura, agli interessi e alle paure di un determinato tempo.
Essersi liberati da quella pressione era necessario, ma liberarsi da una morale deformata non significa poter vivere senza alcun criterio che preceda la convenienza personale. Una società nella quale ciascuno stabilisce il bene in base al proprio vantaggio non diventa più libera, diventa semplicemente più forte con i forti e più crudele con i deboli, perché se non esiste qualcosa che io debba rispettare anche quando non mi conviene, il povero, il malato, il migrante, l’anziano, il lavoratore sfruttato e perfino la persona che amo saranno protetti soltanto finché risulteranno utili.

Proprio il Vangelo e i Comandamenti, liberati dalle incrostazioni del controllo clericale, possono offrire il fondamento di una morale moderna, non come codice penale religioso da imporre a tutti, ma come grammatica della responsabilità umana. Non uccidere significa anche non costruire condizioni che spezzano la vita degli altri, non rubare riguarda l’evasione fiscale, lo sfruttamento del lavoro, la corruzione e l’appropriazione dei beni comuni, non dire falsa testimonianza investe la menzogna politica, la manipolazione digitale e la distruzione della reputazione, mentre il comandamento di non desiderare ciò che appartiene all’altro mette in discussione un’economia alimentata dall’invidia, dal possesso e dal consumo senza limite.
Il Vangelo compie un passo ulteriore, perché non domanda soltanto di evitare il male, chiede di riconoscere nell’altro una persona la cui dignità non dipende dall’utilità, dall’origine, dalla salute o dal consenso che può offrire. Il buon Samaritano non soccorre perché la vittima appartiene al suo gruppo, gli conviene o potrà ricambiare, si ferma proprio dove gli uomini religiosi sono passati oltre, mentre il giudizio contenuto nella pagina di Matteo sui poveri, gli affamati, i malati e i carcerati rovescia la morale delle apparenze, misurando la fede non dalle dichiarazioni ma dal comportamento verso chi non possiede alcun potere.
Da questi testi può nascere un’etica pienamente contemporanea, capace di parlare anche a chi non crede, fondata sulla dignità inviolabile della persona, sulla verità, sulla giustizia, sulla cura, sul limite imposto alla forza e sulla responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni. Non richiede uno Stato confessionale né il ritorno del sacerdote come sorvegliante della vita privata, pretende però che nessuno possa proclamarsi arbitro assoluto del bene, perché la libertà personale finisce quando scarica sistematicamente sugli altri i propri costi, i propri rischi e i propri privilegi.
La modernità non deve dunque scegliere tra la vecchia oppressione clericale e il nuovo egoismo senza principi. Il Vangelo stesso combatte il legalismo, smaschera chi osserva formalmente le regole e dimentica giustizia e misericordia, pone la persona prima del precetto e impedisce alla religione di diventare uno strumento di dominio, ma nello stesso tempo chiede molto più della rispettabilità esteriore, perché amare il prossimo, perdonare, condividere e difendere l’ultimo sono comportamenti difficili soprattutto quando non producono alcun vantaggio.
La vera domanda morale comincia esattamente dove termina la convenienza. Se faccio il bene soltanto quando mi costa poco, difendo la verità soltanto quando mi dà ragione e rispetto l’altro soltanto quando mi assomiglia, non ho costruito una morale moderna, ho semplicemente trasformato il mio interesse in un idolo. Recuperare il nucleo biblico ed evangelico non significa tornare indietro, significa ritrovare un limite davanti al quale anche il nostro io, così abituato a proclamarsi innocente, sia finalmente costretto a rispondere.





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