Sul nome di Enzo Tortora non era in gioco un favore al centrodestra, ma la difesa della libertà, della dignità e della presunzione d’innocenza. Quando l’appartenenza prevale sui principi, una parte della sinistra smarrisce la propria ragione storica
La Camera ha approvato l’istituzione della Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime degli errori giudiziari con 178 voti favorevoli e 97 astensioni. Il centrodestra, Italia Viva e Azione hanno votato a favore, mentre Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si sono astenuti, motivando la scelta con il mancato confronto sugli emendamenti e con una gestione parlamentare giudicata poco rispettosa delle opposizioni. La proposta passerà ora al Senato.
Le obiezioni sul metodo non sono irrilevanti. Il Parlamento non dovrebbe essere ridotto a una macchina per ratificare decisioni già prese e la maggioranza ha il dovere di garantire un confronto autentico, soprattutto su un tema che dovrebbe unire le forze politiche. Anche alcune proposte avanzate dalle opposizioni, dalla definizione più precisa dell’errore giudiziario al coinvolgimento di magistratura, avvocatura e università, meritavano di essere discusse. Gli emendamenti presentati mostrano che non si trattava soltanto di ostruzionismo, ma anche del tentativo di intervenire nel merito del testo.
Però, proprio qui nasce la contraddizione. Si può contestare il metodo e votare comunque a favore del principio. Si può denunciare la compressione del dibattito, chiedere modifiche al Senato e, nello stesso tempo, riconoscere che la memoria di Enzo Tortora e delle vittime degli errori giudiziari viene prima della contesa parlamentare. L’astensione, formalmente legittima, assume invece un significato politico che supera le intenzioni dichiarate, finisce col comunicare l’incapacità di distinguere tra chi propone una legge e il valore che quella legge afferma.

Il testo approvato non contiene un manifesto contro la magistratura né una delegittimazione della giustizia. Chiede alle scuole e alle istituzioni di riflettere sulla libertà, sulla dignità personale, sulla presunzione d’innocenza e sul giusto processo davanti a un giudice terzo. Sono principi costituzionali, non parole d’ordine della destra, appartengono alla migliore tradizione democratica e dovrebbero trovare proprio nella sinistra una difesa intransigente.
La vicenda di Tortora è diventata il simbolo di ciò che accade quando il potere dello Stato, l’affidamento a testimonianze inattendibili, la spettacolarizzazione dell’arresto e il pregiudizio dell’opinione pubblica si sommano contro un individuo. Fu arrestato il 17 giugno 1983 con accuse gravissime dalle quali venne poi completamente assolto. Ricordarlo significa affermare che la giustizia non perde autorevolezza quando riconosce i propri errori, ma quando pretende di essere infallibile.
Una parte della sinistra italiana sembra invece aver sviluppato, negli anni, un rapporto contraddittorio con il garantismo. Difende giustamente i diritti quando a essere colpiti sono migranti, lavoratori, manifestanti, detenuti o minoranze, ma appare più esitante quando la tutela riguarda l’indagato, l’imputato o la persona travolta da un’accusa. Però la libertà è tale soltanto quando vale anche per chi non ci somiglia, per chi non vota come noi, per chi è impopolare e perfino per chi appare colpevole prima che un tribunale lo abbia stabilito.
La presunzione d’innocenza non è una cortesia riservata alle persone rispettabili, ma una protezione contro l’arbitrio. Il giusto processo non è un ostacolo frapposto alla ricerca della verità, ma l’unico metodo democratico per raggiungerla. Il garantismo non consiste nel negare i reati, dimenticare le vittime o impedire ai magistrati di lavorare, bensì nel ricordare che la potenza dello Stato deve incontrare limiti, controlli e responsabilità. Questa dovrebbe essere una convinzione naturale per una cultura politica nata per contenere il potere e difendere chi rischia di esserne schiacciato.
Sul caso Tortora, invece, la disputa procedurale ha prevalso sul valore simbolico. È come se il timore di concedere una vittoria alla maggioranza fosse diventato più forte della necessità di riconoscere una battaglia giusta. Un principio, però, non cambia natura secondo il firmatario della proposta. La libertà non diventa reazionaria perché viene invocata dal centrodestra, così come la giustizia sociale non diventa sbagliata quando viene ricordata da un avversario.
La reazione durissima di Gaia Tortora è comprensibile perché dietro le formule parlamentari vede riemergere l’isolamento vissuto dal padre. Le opposizioni potranno considerare ingenerose le sue parole, ma dovrebbero interrogarsi sul risultato politico prodotto, invece di intestarsi la difesa delle garanzie, hanno lasciato che fossero altri a farlo.
La sinistra non ritroverà credibilità aggiungendo nuovi valori ai propri programmi, ma tornando a considerare indivisibili quelli che già possiede. Giustizia e libertà non possono essere separate, perché una giustizia senza libertà diventa potere e una libertà senza giustizia diventa privilegio. Nel giorno dedicato a Enzo Tortora non si chiedeva di scegliere tra magistrati e imputati, tra sicurezza e garanzie, tra vittime dei reati e vittime degli errori. Si chiedeva di ricordare che lo Stato democratico deve proteggere entrambe.
Su un principio così elementare la sinistra non avrebbe dovuto astenersi. Avrebbe dovuto votare a favore e, subito dopo, battersi per migliorare la legge. Perché quando ci si astiene sui propri valori, il problema non è soltanto perdere una votazione, è lasciare agli avversari il diritto di rappresentarli.





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