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Città per l’uomo: la mobilità come bene comune

5 Agosto 2025

Restituire spazio alle persone, non alle auto: la mobilità urbana come atto di giustizia e fraternità.

C’è una domanda che ci accompagna ogni giorno, anche se raramente la mettiamo a fuoco con chiarezza: a chi appartengono le nostre città? Sono davvero spazi per le persone o per le automobili? Sono ambienti che generano salute, relazione, bellezza, o luoghi che frammentano, inquinano e sottraggono tempo e senso alla vita quotidiana?

Oggi la realtà urbana italiana, come quella di molte città nel mondo, mostra un paradosso inquietante: abbiamo progettato le città non per l’uomo, ma attorno all’auto. E il prezzo che paghiamo, ogni giorno, è altissimo: traffico, smog, stress, rumore, sedentarietà, solitudine. E poi un’ingiustizia strutturale che raramente viene nominata: la mobilità urbana non è affatto equa.

Chi non possiede un’auto è spesso escluso. Chi vive in periferia e dipende da un trasporto pubblico inefficiente impiega due o tre volte il tempo di un automobilista per raggiungere il lavoro. Chi è anziano, disabile, fragile o semplicemente povero, ha una mobilità limitata, parziale, condizionata.

Eppure proprio la mobilità, come insegnano da anni i promotori dell’economia civile, è uno dei beni relazionali fondamentali per la vita sociale.

Spostarsi non è solo percorrere distanze: è accedere ai diritti, è partecipare alla comunità, è vivere pienamente lo spazio e il tempo della città.

Se non garantiamo a tutti questa possibilità, stiamo violando non solo un principio ecologico, ma una giustizia sociale essenziale.

Molti dei progetti attuali in Italia si concentrano su questioni tecniche: cambiare i motori, migliorare l’efficienza energetica, digitalizzare la rete di trasporto. Ma l’economia civile ci chiede di andare oltre, di porre la domanda: mobilità per chi, per cosa, per quale idea di comunità?

Il modello attuale — basato sulla centralità dell’auto privata — è insostenibile sotto ogni profilo. Consumiamo spazio e risorse per veicoli che restano parcheggiati il 90% del tempo. Investiamo miliardi in infrastrutture stradali mentre i treni regionali o i bus urbani cadono a pezzi. E ogni giorno, nelle nostre città, milioni di chilometri sono percorsi da persone sole in automobili sempre più grandi.

Ma esiste un’altra strada. Ed è già in atto, silenziosamente, in molte città europee e anche in alcune realtà italiane. Una trasformazione che non passa solo per nuove tecnologie, ma per una nuova cultura urbana, più umana, più equa, più rispettosa del creato e delle relazioni sociali.

Città per l’uomo: la mobilità come bene comune

Prendiamo ad esempio il modello della “città a 15 minuti”, già adottato a Parigi, Barcellona, Utrecht e altre capitali. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: ogni cittadino deve poter trovare entro 15 minuti a piedi o in bici tutto ciò che gli serve per una vita dignitosa e piena — scuola, lavoro, negozi, servizi sanitari, verde pubblico, spazi di incontro.

In Italia, città come Bologna, Milano e Firenze hanno avviato sperimentazioni in questa direzione. Ma per farne una politica nazionale serve un salto di qualità: un cambiamento culturale che abbandoni l’ideologia della velocità e della distanza e recuperi il valore del tempo lento, della vicinanza, della qualità delle relazioni.

Oggi l’auto privata occupa il 60% dello spazio urbano. Non solo in strada, ma nei parcheggi, nei marciapiedi invasi, nei cortili trasformati in autorimesse. Ridurre le auto in città non significa negare la libertà di muoversi. Al contrario: significa liberare spazio per la vita. Per i bambini che giocano, per gli anziani che camminano, per i disabili che si muovono in sicurezza, per le relazioni che fioriscono negli spazi condivisi.

Le esperienze dei superblocchi di Barcellona, delle zone 30 di Bruxelles, delle domeniche senza auto a Bogotá ci mostrano che restituire la città alle persone è possibile. E i benefici sono immediati: meno inquinamento, più salute, più socialità, più sicurezza.

In Italia, Milano con l’Area C ha dimostrato che la “congestion charge” può funzionare. Genova sta investendo in una rete filoviaria elettrica. Bologna ha un biciplan tra i più avanzati. Ma si tratta ancora di isole di innovazione in un mare di immobilismo.

Abbiamo strumenti legislativi (PUMS, PSCL), risorse economiche (PNRR, fondi europei), competenze tecniche e professionisti qualificati. Quello che serve, oggi più che mai, è una visione unitaria e condivisa, capace di coinvolgere cittadini, imprese, istituzioni e movimenti sociali. Non bastano bonus, non bastano leggi: serve una conversione culturale, e come ogni conversione, ha bisogno di consapevolezza, desiderio e coraggio.

Papa Francesco ci ha sempre ricordato con parole potenti che l’ambiente umano e quello naturale si degradano insieme.

La città è l’ambiente umano per eccellenza. Se non la rigeneriamo, se non la restituiamo alla sua vocazione di luogo dell’incontro, della cura, dell’inclusione, anche la nostra democrazia sarà più fragile, più sola, più distante.

In fondo, ciò che ci chiede l’economia civile — e la spiritualità sociale che la ispira — è di immaginare una città in cui nessuno sia costretto a scegliere tra isolamento e inquinamento, tra solitudine e dipendenza, tra salute e necessità.

Una città che permetta di muoversi liberamente, ma anche di fermarsi.

Una città che riduce le auto, non per ideologia, ma per fare spazio all’essere umano.

Una città dove la mobilità sia un diritto condiviso e un atto di responsabilità reciproca.

Una città che non misura il benessere in chilometri percorsi, ma in relazioni vissute.

È possibile. È già realtà in molte parti del mondo. E può diventarlo anche per noi, se sapremo ascoltare il grido della terra e quello dei poveri — spesso sono lo stesso grido — e se avremo il coraggio di pensare in grande partendo dal passo più semplice: il primo, fatto a piedi.

Immagine nel testo: Closed bicycle lane di heb@Wikimedia Commons (mail), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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