Il cardinale Robert Sarah denuncia un Occidente nel quale Dio è diventato irrilevante e una Chiesa tentata di sostituire il Vangelo con i temi sociali del momento. Emmanuel Mounier ci aiuta però a evitare il rischio opposto, quello di una fede ripiegata sul sacro, incapace di riconoscere che l’incontro con Dio passa anche attraverso la dignità, la libertà e le ferite concrete delle persone.
Il cardinale Robert Sarah pone una domanda che la Chiesa occidentale non può evitare. Che cosa rimane del cristianesimo quando Dio scompare dalla predicazione, dalla cultura e perfino dalle preoccupazioni quotidiane dei credenti? Nella sua riflessione, il problema non è più l’ateismo combattivo, che almeno riconosceva la questione di Dio come degna di essere discussa, ma l’indifferenza di una società che vive come se Dio non esistesse e non fosse più necessario per comprendere l’uomo, il dolore, la morte e il significato della vita.
Sarah denuncia anche una Chiesa che, per apparire accettabile, rischia di parlare soprattutto di clima, migrazioni, dialogo culturale, narcotraffico e disagio giovanile, lasciando sullo sfondo il Vangelo, la vita eterna, la preghiera e la trascendenza. Quando la predicazione cristiana si limita a ripetere il linguaggio delle organizzazioni internazionali o dei programmi politici, sostiene, diventa irrilevante perché non offre più ciò che soltanto la Chiesa può offrire.
La diagnosi coglie un problema reale. Una Chiesa che insegue continuamente l’agenda del momento, cercando di risultare moderna e rassicurante, può perdere la propria voce. Se la fede cristiana diventa soltanto educazione civica, ambientalismo, solidarietà o generico invito alla convivenza, prima o poi qualcuno si domanderà perché sia ancora necessario il cristianesimo, visto che gli stessi temi possono essere affrontati senza Dio e spesso con maggiore competenza da economisti, sociologi e istituzioni pubbliche.
Ma il pensiero di Emmanuel Mounier impedisce di fermarsi qui, perché mostra che l’alternativa non è tra Dio e il mondo, tra la salvezza eterna e la giustizia sociale, tra la preghiera e l’impegno. Per il fondatore di Esprit, il cristianesimo non è una spiritualità che sottrae la persona alla storia, ma una forza che la spinge a entrarvi con maggiore responsabilità. Il suo personalismo nasceva proprio contro due riduzioni opposte, l’individualismo che chiude l’uomo nel proprio interesse e il collettivismo che lo scioglie nella massa. La persona, per Mounier, si realizza aprendosi agli altri, attraverso libertà, responsabilità, comunione e impegno.

Dio, allora, non è il concorrente dell’uomo e la trascendenza non è una via di fuga dalla realtà. Se la persona possiede una dignità che nessun potere può concedere o revocare, è proprio perché non è riducibile alla sua utilità economica, alla sua appartenenza sociale, alla sua produttività o alla volontà dello Stato. Il personalismo di Mounier vede nella persona un essere spirituale, irripetibile e libero, ma anche strutturalmente rivolto verso gli altri, incapace di realizzarsi nell’isolamento. La rivoluzione spirituale che immaginava non consisteva nel ritirarsi dal mondo, ma nel sostituire la logica dell’avere con quella dell’essere e della comunione.
Da questo punto di vista, parlare di migrazioni, povertà, ambiente, dipendenze o delinquenza giovanile non significa necessariamente mettere Dio da parte. Dipende da come lo si fa. Se questi temi vengono affrontati ripetendo slogan prevedibili, senza una visione dell’uomo e senza il coraggio di interrogare le cause profonde della solitudine, della violenza e dello sfruttamento, la critica di Sarah è giusta. Ma se vengono letti a partire dalla dignità della persona, dalla responsabilità e dalla fraternità, essi diventano luoghi nei quali la fede incontra la storia.
Il narcotraffico non è un argomento estraneo al Vangelo quando distrugge giovani, famiglie e comunità. Le migrazioni non sono una distrazione mondana quando pongono domande sulla dignità, sulla giustizia e sul confine tra accoglienza e responsabilità. Il cambiamento climatico non sostituisce Dio quando ci costringe a domandarci quale rapporto abbiamo costruito con il creato e con le generazioni future. Diventano temi estranei alla fede soltanto quando vengono separati dalla domanda fondamentale su chi sia l’uomo.
Mounier direbbe probabilmente che una Chiesa concentrata esclusivamente sulla liturgia, sul silenzio e sulla salvezza individuale rischierebbe di tradire il cristianesimo non meno di una Chiesa ridotta ad agenzia sociale. L’interiorità cristiana non è un rifugio, perché la conversione personale deve produrre responsabilità, presenza e trasformazione delle relazioni. Allo stesso modo, l’impegno sociale senza vita interiore può diventare attivismo, ideologia e ricerca del consenso.
Il problema dell’Occidente non è soltanto avere espulso Dio. È avere costruito una società nella quale anche l’uomo rischia di diventare irrilevante, ridotto a consumatore, elettore, produttore di dati, lavoratore precario o individuo solo davanti allo schermo. La scomparsa di Dio e la dissoluzione della persona possono essere due facce della stessa crisi, perché quando non esiste più nulla che superi l’utile e il misurabile, anche la dignità umana diventa più fragile.
La Chiesa non ritroverà quindi la propria centralità imitando il mondo, ma neppure condannandolo da lontano. Dovrà tornare a parlare di Dio mostrando che quel nome riguarda la vita concreta, il bisogno di essere amati, la solitudine, il lavoro, la sofferenza e la speranza.
Dio non diventa nuovamente rilevante perché viene nominato più spesso nelle omelie. Torna rilevante quando una comunità cristiana rende visibile un modo diverso di vivere, pregare, condividere, accogliere e assumersi responsabilità.
Il Vangelo non è una redenzione soltanto sociale, come ricorda Sarah, ma non è neppure una salvezza che lascia il mondo così com’è. Mounier ci consegna proprio questa tensione, Dio al centro e, per questo, la persona mai ai margini.





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