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Europa in trappola: debolezza sistemica e stallo italiano nell’era delle sfide globali

17 Settembre 2025

Mentre Draghi lancia l’allarme su crescita, sovranità e investimenti, l’UE appare lenta e frammentata. E l’Italia, senza visione né strategia, resta impantanata in una mediocrità strutturale.


Il discorso di Mario Draghi a Bruxelles non è solo un grido d’allarme. È un verdetto. L’Europa non è semplicemente in ritardo: è strutturalmente impreparata ad affrontare le sfide del presente, figuriamoci quelle del futuro. L’ex premier italiano – già simbolo di stabilità nei momenti più critici – ha scandito parole che pesano come pietre: “il nostro modello di crescita sta svanendo”, “l’inazione minaccia la nostra sovranità”, “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti necessari”.

Un anno dopo il suo rapporto sul futuro economico dell’UE, Draghi osserva che tutti i nodi sono venuti al pettine. L’Europa è fragile nei suoi fondamentali: dipende dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Cina per le materie prime critiche e dall’esterno per energia e tecnologia. Le decisioni si muovono a passo di lumaca, impastoiate da una governance frammentata che si nasconde dietro le liturgie dell’unanimità e i riti autoreferenziali del “rispetto delle procedure”.

Il messaggio è chiarissimo: in un mondo che corre, l’Europa cammina. Mentre Stati Uniti e Cina investono, consolidano, decidono, l’UE si attorciglia attorno alle sue regole, spesso più come alibi che come garanzia. Il risultato è un’Unione in cui il coordinamento è debole, i finanziamenti insufficienti, la volontà politica dispersa.

Lo si vede sulla politica industriale, dove Draghi chiede uno scatto federale: appalti pubblici europei per sostenere la domanda strategica, debito comune per finanziare progetti comuni, semplificazione normativa per consentire alle imprese di crescere a scala continentale, superamento dell’anarchia degli aiuti di Stato.

Eppure, tutto questo non accade. E rischia di non accadere. Perché l’Europa è ancora troppo legata ai confini degli Stati nazionali, alla logica dei veti incrociati, ai calcoli a breve termine. Una “confederazione incapace di agire come una federazione”, come sintetizza lo stesso Draghi.

Europa in trappola: debolezza sistemica e stallo italiano nell’era delle sfide globali

Se questo è il quadro europeo, l’Italia rischia di rappresentarne la metafora più sconfortante. Incapace di sfruttare i fondi del PNRR con efficienza, senza un’industria pubblica della strategia digitale o una vera politica energetica autonoma, continua a oscillare tra bonus a pioggia e retorica da palcoscenico. Il dibattito politico si concentra sul salario minimo, sulla tassa sugli extraprofitti, sui migranti, mentre sfugge completamente la portata sistemica della crisi europea.

L’Italia non solo non è locomotiva: è vagone passeggero, e per di più appesantito.

Nel frattempo, cresce il debito pubblico, arretrano le competenze, le PMI faticano a innovare e il Mezzogiorno resta al margine. L’unico grande salto – quello con Draghi premier – è stato rigettato da una politica miope, più interessata alla sopravvivenza che alla modernizzazione.

Draghi non usa mezzi termini: serve una nuova scala, una nuova velocità, una nuova intensità di azione. Ma soprattutto serve un salto culturale: fare cose mai fatte prima, rompere i tabù, superare l’illusione che il mercato da solo possa garantire sovranità tecnologica o resilienza energetica. E costruire invece politiche industriali comuni, reti europee, alleanze strategiche.

Per farlo, occorre una leadership capace di unire, concentrare, accelerare. In Europa, ma anche nei singoli Stati. E qui il vuoto si fa ancora più evidente. Se la Germania è ripiegata su se stessa e la Francia attraversa una crisi politica profonda, l’Italia appare totalmente priva di una classe dirigente all’altezza della sfida storica.

Draghi lo dice chiaramente: se l’Unione non è pronta a riformarsi tutta insieme, allora procedano coalizioni di Stati volenterosi. L’alternativa è restare impantanati nella palude dell’inazione. E su questo terreno, l’Italia dovrebbe porsi all’avanguardia. Ma per farlo dovrebbe dotarsi di una visione europea autentica, fatta di investimenti comuni, difesa integrata, debito condiviso, fiscalità armonizzata. E invece, anche qui, silenzio. Il governo Meloni sembra più intento a bilanciare retorica atlantica e interessi nazionali che a proporre un’agenda europea propositiva. L’opposizione, dal canto suo, balbetta.

Draghi ci avverte che il tempo è scaduto. Che la velocità sarà il criterio decisivo del nostro futuro. E che senza coraggio politico, senza una nuova fase di integrazione europea – anche imperfetta, anche a geometria variabile – l’Unione rischia di essere travolta dalla storia.

L’Italia, nel suo piccolo, rischia di essere uno dei primi pezzi a cadere. O forse, come già troppe volte nella sua storia recente, di non accorgersene affatto.

L’Europa è debole perché frammentata. L’Italia è ferma perché impaurita. E mentre il mondo si riorganizza attorno a interessi strategici e nuovi equilibri geopolitici, continuiamo a confondere lentezza con prudenza, e immobilismo con responsabilità. Ma senza una scossa – e senza leader capaci di interpretarla – non ci sarà nessuna “sovranità europea” da difendere. Solo una lunga, inesorabile marginalizzazione.

Immagine nel testo: Belgique – Bruxelles – Schuman – Berlaymont – 01 di EmDee, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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UE

Pietro Giordano

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