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I veri problemi del lavoro dimenticati e il prezzo della disintermediazione

10 Giugno 2025

Senza il coinvolgimento delle parti sociali, non ci sarà un futuro giusto per chi lavora

L’Italia continua a dirsi una Repubblica fondata sul lavoro. Ma il lavoro, oggi, è il campo dove si misurano le diseguaglianze, si consuma l’insicurezza sociale, si radicalizza la solitudine economica. È il luogo dove le promesse si svuotano e le persone si perdono.

I numeri dell’occupazione, se pur positivi dal punto di vista quantitativo, non bastano a mascherare la realtà: milioni di lavoratori vivono forme di instabilità strutturale, salari bassi, mancanza di tutele, progressiva svalutazione professionale. Contratti intermittenti, lavoro nero, partite IVA fittizie, lavori digitali sottopagati: una galassia di precarietà legale e illegale che sfugge a ogni tentativo di semplificazione ideologica.

A farne le spese sono soprattutto i giovani, le donne, i migranti e i lavoratori dei servizi essenziali. Eppure, quando si prova a riformare il lavoro, le risposte sono quasi sempre parziali, tecnocratiche o ideologiche.

I referendum dell’8 e 9 giugno ne sono l’ultimo esempio: quattro quesiti nati da istanze nobili ma che non hanno neppure sfiorato i nodi reali della trasformazione contemporanea del lavoro.

La polarizzazione tecnologica, la gig economy, l’automazione non sono state affrontate. Nessuna parola sul lavoro povero, la formazione permanente, la riconversione ecologica. Il lavoro viene ridotto a oggetto giuridico, mentre la negoziazione sociale resta fuori dallo spazio pubblico.

Uno degli elementi più trascurati è quello della formazione come diritto strutturale e universale.

Non solo aggiornamento tecnico, ma leva di inclusione, mobilità e cittadinanza. In Italia il sistema è disomogeneo, scarsamente finanziato e poco integrato con le politiche attive per il lavoro. Le aziende lamentano il mismatch di competenze, ma investono poco.

In Italia, il sistema di formazione professionale è ancora disomogeneo, frammentato, scarsamente finanziato e poco integrato con le politiche attive per il lavoro. Le aziende lamentano un mismatch di competenze, ma non investono abbastanza in aggiornamento continuo. I lavoratori, soprattutto quelli meno qualificati, raramente hanno accesso a percorsi di riqualificazione realmente efficaci. I giovani, specie al Sud, restano sospesi tra scuole che non preparano e mercati che non accolgono.

Invece, la transizione ecologica e digitale dovrebbe essere l’occasione per un grande investimento formativo nazionale, capace di riqualificare chi è a rischio espulsione, di reindirizzare le competenze verso settori ad alta sostenibilità e di rafforzare le conoscenze trasversali, non solo tecniche. Ma tutto questo richiede una governance condivisa, un sistema di orientamento accessibile e una regia pubblica capace di coinvolgere imprese, università, enti locali e, soprattutto, parti sociali.

I veri problemi del lavoro dimenticati e il prezzo della disintermediazione

All’interno di una nuova strategia concertativa, la questione salariale non può essere ridotta alla contrapposizione tra salario minimo e contrattazione collettiva. In un’economia segnata da profonde disparità territoriali e da settori produttivi disomogenei, una leva concreta — e ancora poco valorizzata — è quella della detassazione mirata degli aumenti salariali derivanti da contrattazione aziendale o territoriale.

Misure fiscali che incentivino, attraverso una minore imposizione, i premi di produttività, i bonus welfare, o gli incrementi contrattati a livello locale, possono rappresentare un modo efficace per redistribuire ricchezza nei territori e nelle imprese, soprattutto dove la contrattazione nazionale stenta a intercettare specificità settoriali.

Tuttavia, affinché queste misure siano davvero inclusive e non aggravino le diseguaglianze, devono essere accompagnate da una forte regia pubblica e da una contrattazione responsabile, capace di coinvolgere i soggetti più deboli del mercato del lavoro. La fiscalità deve diventare uno strumento al servizio della giustizia salariale, non dell’arbitrio individuale. Tutto ciò che il problema salariale è fortemente legato alla crescita i una produttività bassissima e quindi al rinnovamento tecnologico delle aziende manufatturiere e di servizio, oltre all’intero comparto del lavoro pubblico.

Un altro nodo centrale è quello dei contratti pirata, firmati da associazioni imprenditoriali non rappresentative o da “sindacati gialli”, nati per erodere diritti e salari sotto l’apparenza di legittimità. Si tratta di contratti che pongono condizioni peggiori (minori ferie, salari più bassi) rispetto ai CCNL firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative.

Le tre confederazioni principali insieme a qualche altro (pochi) sindacato rappresentativo, devono puntare all’eliminazione legislativa di questi contratti irrilevanti, e far sì che solo le organizzazioni rappresentative possano stipulare accordi con valore reale. Le norme devono vietare i CCNL di comodo e prevedere l’esclusione delle imprese recidive da appalti, incentivi pubblici e sgravi fiscali.

C’è un altro nodo che pesa come un macigno: la marginalizzazione delle parti sociali. Da anni il Paese vive una fase di disintermediazione politica. Il ruolo dei sindacati è stato eroso sul piano simbolico e pratico. La concertazione — che in altri contesti europei resta uno strumento centrale di coesione — in Italia è stata relegata a un ricordo del passato.

Eppure, senza una nuova stagione di dialogo sociale strutturato, nessuna riforma sarà sostenibile. La riconversione ambientale, la trasformazione digitale, la riduzione del divario di genere, la lotta al lavoro nero: nessuno di questi obiettivi può essere raggiunto senza il contributo diretto dei lavoratori e degli imprenditori e delle loro rappresentanze.

Una concertazione che deve condurre anche alla realizzazione di maggiore welfare aziendale e territoriale di natura contrattuale, e ad un rafforzamento della previdenza e della sanità integrativa, in una logica di sussidiarietà e di valorizzazione dei corpi intermedi.

Il lavoro non è solo una questione economica. È spazio di appartenenza, di emancipazione, di identità collettiva. Restituire forza e voce alle parti sociali, rilanciare la concertazione e rafforzare un sistema integrativo di formazione continua, accompagnato da strumenti fiscali intelligenti e redistributivi, non è un vezzo nostalgico, ma un’urgenza strategica. Perché un Paese che non investe nelle competenze delle persone, nella contrattazione collettiva e nel dialogo sociale accelera la sua disgregazione.

La sfida non è ricostruire il passato, ma dare forma a un nuovo patto, fondato su rispetto, partecipazione e dignità del lavoro. Perché senza giustizia nel lavoro, nessuna transizione sarà giusta.

Immagine nel testo: FP CUB di AlessioArena84, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Lavoro

Pietro Giordano

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