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Massimalismo senza potere: la sinistra del Pd e la strategia negoziale della CISL di Sbarra

14 Giugno 2025

Il Partito Democratico si rifugia nell’identità, mentre pezzi della società riformista cercano sponde altrove. Il caso Sbarra segna un passaggio epocale nei rapporti tra mondo del lavoro e governo

Dopo l’ennesimo insuccesso elettorale e un referendum che ha segnato il divorzio con gran parte dell’elettorato, il Partito Democratico si trova di fronte a un bivio: insistere sulla linea identitaria e movimentista, oppure ricostruire una proposta riformista e di governo. La tensione tra questi due poli attraversa da anni la storia del centrosinistra, ma oggi si ripropone con un’urgenza nuova, anche alla luce di ciò che sta accadendo fuori dai partiti: nella società, nelle organizzazioni intermedie, nei sindacati.

L’intervista di Claudio Petruccioli è un campanello d’allarme per tutto il mondo progressista. L’ex dirigente comunista individua nella mancanza di una leadership riformista credibile il vero tallone d’Achille dell’attuale opposizione. Il Pd, sostiene, non è più percepito come partito capace di governare, perché ha smarrito la sua funzione riformatrice, scegliendo invece di rappresentare una sinistra più simbolica che operativa. La dirigenza attuale, in particolare, sembra incarnare un “massimalismo soft”, che si esprime con parole radicali ma si traduce in inefficacia politica.

Il paradosso è evidente: mentre il Pd alza la voce su temi come lavoro, diritti, redistribuzione, non riesce a intercettare le reali domande di una società frammentata, impaurita, bisognosa di soluzioni più che di slogan. E così, mentre il partito appare ripiegato su sé stesso, altrove si registrano segnali di movimento.

Uno di questi segnali è l’ingresso dell’ex segretario della CISL, Luigi Sbarra, nel governo Meloni. Un fatto che ha suscitato polemiche e reazioni scomposte, ma che merita invece una lettura più profonda. La CISL, storicamente legata alla cultura democratica e al sindacalismo cattolico, ha scelto in questo frangente di svolgere un ruolo attivo nella definizione delle politiche del lavoro, assumendo una postura negoziale e non antagonista.

È una scelta strategica, non ideologica: in un sistema politico scompaginato, in cui la sinistra fatica a esercitare egemonia, la CISL individua nella trattativa e nella co-progettazione con il governo una strada per incidere realmente.

Come spiega lo storico Paolo Pombeni, questo non significa affiliazione politica o “tradimento” dell’identità, bensì un adattamento alle nuove regole del gioco.

Con la crisi dei partiti e la destrutturazione del lavoro, i sindacati si trovano davanti alla sfida di ridefinire la propria funzione: opposizione sistemica o interlocuzione pragmatica? La CGIL ha scelto la prima via, puntando a rappresentare una sinistra più radicale. La CISL ha optato per la seconda, cercando di inserirsi nei vuoti di competenza della destra di governo, in particolare su lavoro, welfare e agricoltura.

Il fatto che sia proprio una destra post-ideologica come quella di Giorgia Meloni ad accogliere questo contributo è indicativo. Il centrodestra, in cerca di credibilità su temi sociali, mostra di sapere – almeno in parte – ascoltare. Il centrosinistra, invece, sembra paralizzato tra l’illusione di rappresentare ancora i soggetti deboli e l’incapacità di costruire mediazioni efficaci.

Il caso Sbarra, in questo senso, è più di un’anomalia: è una cartina di tornasole. Mostra che oggi le leve della trasformazione sociale non stanno più necessariamente nei partiti, ma nelle organizzazioni che sanno leggere il cambiamento e proporsi come soggetti attivi nella scrittura delle politiche pubbliche.

Se la sinistra vuole tornare protagonista, non può limitarsi a rivendicare il proprio patrimonio valoriale. Deve ritrovare una visione riformista, un’idea concreta di società, e soprattutto una leadership che sappia parlare a chi oggi guarda altrove.

Come ammonisce Petruccioli, non basta denunciare: serve guidare.

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Sindacato

Pietro Giordano

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