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Rendere di nuovo parlante la liturgia. Perché i giovani non vanno a Messa e perché non basta dire che “non capiscono”

7 Novembre 2025

Il problema non è la distanza dei giovani dalla fede, ma la distanza del linguaggio ecclesiale dalla vita reale. Ripensare riti, parole e accesso alla Scrittura.

Da anni la domanda è sempre la stessa: perché i giovani partecipano sempre meno alla Messa? Le risposte immediate – indifferenza, individualismo, poca disciplina – non spiegano il fenomeno. Le testimonianze raccolte dicono altro: un linguaggio, una ritualità e un immaginario che risultano estranei; una mediazione ecclesiale che, invece di introdurre al mistero, spesso lo rende opaco. E una distanza crescente da testi e linguaggi ancorati a un mondo agricolo e simbolico che non appartiene più nemmeno ai meno giovani.

La tradizione biblica e liturgica si è formata in un universo dove parabole, campi, raccolti, greggi e ciclicità naturali erano parte dell’esperienza comune. Nel XXI secolo anche i cinquantenni, non solo i ventenni, vivono in un mondo con codici completamente diversi. Le parabole sembrano racconti di un’altra epoca; molte formule liturgiche appaiono immobili; i simboli non sono più riconoscibili. La questione non è modernità contro tradizione, ma comprensibilità.

Per molti giovani la Messa è l’unica esperienza liturgica che conoscono. La ricordano come noiosa, ripetitiva, obbligata. La ripetizione dei riti – che dovrebbe dare forma al tempo sacro – si trasforma in automatismo quando non è accompagnata da un’introduzione che spieghi i gesti e il loro senso. Senza alfabetizzazione narrativa, i testi appaiono formule svuotate.

Molti ricordano meccanismi educativi controproducenti: la Messa come precetto imposto, la presenza “a punti”, la pressione familiare. Tutto questo ha associato il rito non al mistero, ma all’obbligo.

I giovani percepiscono le parole della Messa come lontane, non perché siano esigenti, ma perché sono fuori dal loro orizzonte linguistico. Termini teologici, formule antiche, riferimenti rurali non vengono più decodificati. Le omelie sono spesso giudicate astratte, troppo lunghe, incapaci di connettere il Vangelo alla vita reale.

Rendere di nuovo parlante la liturgia. Perché i giovani non vanno a Messa e perché non basta dire che “non capiscono”

Non è una richiesta di intrattenimento, ma di senso. Il linguaggio religioso di molte comunità è rimasto sospeso, mentre il linguaggio quotidiano dei giovani è narrativo, concreto, diretto.

C’è un nodo ancora più profondo: l’educazione alla lettura personale della Scrittura. Per decenni si è trasmessa l’idea che la Bibbia sia “materia da preti”, che la lettura e l’interpretazione siano competenze riservate ai chierici. Così la fonte primaria della fede è rimasta mediata, filtrata, raccontata da altri. Pochi giovani aprono davvero la Bibbia perché nessuno li ha introdotti a una lettura diretta, libera, competente.

Il risultato è evidente.

Chi non legge personalmente la Parola non può comprenderne il linguaggio durante la liturgia. I testi proclamati diventano frammenti estranei. E la mediazione dell’omelia appare arbitraria, perché manca l’esperienza originaria: scoprire cosa il testo dice a ciascuno.

Educare alla Parola significa restituire ai laici la loro dignità di lettori, offrire strumenti per comprendere i generi letterari, leggere insieme, creare luoghi di ascolto non clericali. Senza questo, la liturgia rimarrà un linguaggio incomprensibile.

Molti giovani vivono la fede come esperienza personale e non come appartenenza istituzionale. Non è rifiuto di Dio, ma rifiuto di forme percepite come rigide. La liturgia può diventare spazio comunitario solo se è comprensibile. La ritualità non crea comunione per automatismo: serve un accompagnamento pedagogico che raramente esiste.

Non si tratta di spettacolarizzare la Messa o rincorrere mode. L’obiettivo è ridare parola alla tradizione. Alcuni passaggi possibili:

Introduzioni intelligenti ai gesti liturgici.

Omelie brevi e narrative, collegate alla vita.

Uso più sobrio dei simboli, evitando inflazioni rituali.

Celebrazioni alternative e complementari: liturgie della Parola, veglie, riti penitenziali più semplici.

Educazione alla lettura personale della Bibbia come parte ordinaria della vita comunitaria.

Linguaggi visivi, artistici, musicali che accompagnino il testo, non lo coprano.

Il Vangelo non perde nulla della sua profondità se i suoi simboli vengono riletti. Al contrario, torna a dire qualcosa.

Illusorio pensare che i giovani possano trovare nella Messa il loro primo accesso alla fede. La liturgia è il vertice, non il punto di partenza. Va preparata da esperienze che risveglino il senso del mistero, il gusto della Parola, la forza della comunità. Senza questo, la Messa appare come un linguaggio chiuso, non come un incontro.

Il vero interrogativo non riguarda i giovani, ma la Chiesa. Saprà rinnovare la comunicazione senza perdere la sostanza? Saprà educare alla Parola prima ancora che al rito? Saprà riscoprire la forza simbolica dei suoi gesti in un’epoca che usa altri codici?

La tradizione non vive di ripetizione, ma di continua reinterpretazione. Il futuro della liturgia dipenderà dalla capacità di far risuonare una parola antica in un mondo nuovo, senza rinunciare alla sua profondità.

Immagine nel testo: A blind girl reads the Bible by touch to her illiterate Wellcome L0073758 di autore non indicato, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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Chiesa

Pietro Giordano

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