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Tre donne uccise in tre giorni: l’Italia di fronte all’emergenza femminicidi

29 Maggio 2025

Quando l’assenza di intelligenza relazionale e la fragilità del maschile si trasformano in violenza

Negli ultimi tre giorni, l’Italia è stata sconvolta da tre nuovi casi di femminicidio. Tre donne, tre vite spezzate, tre storie di dolore che si sommano a una lunga scia di sangue e silenzio. Questi episodi non sono eccezioni ma, purtroppo, l’amara conferma di un fenomeno diffuso e strutturale. Il femminicidio, che è l’uccisione di una donna per motivi legati al genere, continua a verificarsi con una frequenza drammatica e inquietante.

La violenza si manifesta nei luoghi che dovrebbero essere i più sicuri: le case, le relazioni intime, le famiglie.

Fernanda Di Nuzzo aveva 61 anni, viveva a Torino e lavorava come maestra d’asilo. Una figura amata e rispettata, punto di riferimento per tanti bambini. È stata accoltellata dal marito, davanti alla figlia, durante un’aggressione tanto brutale quanto disperata. Fernanda ha provato a salvarsi, ha cercato aiuto fuggendo lungo le scale del palazzo, ma non è bastato: le ferite erano troppo gravi. È morta poco dopo in ospedale. Una morte che lascia sgomento e rabbia, perché annunciata da dinamiche che spesso si ripetono e che continuano a essere ignorate o minimizzate.

Martina Carbonaro, invece, era solo una ragazzina. Aveva 14 anni. Viveva ad Afragola, in provincia di Napoli. La sua vita è stata spezzata dall’ex fidanzato, Alessio Tucci, che ha confessato l’omicidio. Il corpo di Martina è stato ritrovato in un campo sportivo abbandonato, una scena che lascia senza parole. A 14 anni, una giovane dovrebbe pensare alla scuola, agli amici, ai sogni. Non alla paura, alla violenza, alla morte. Questo caso mette in luce quanto sia urgente introdurre nelle scuole una seria educazione affettiva, che insegni ai ragazzi e alle ragazze a riconoscere le emozioni, a rispettare i confini dell’altro, a gestire i conflitti senza trasformarli in ossessioni o vendette.

La terza vittima è Cinzia, una donna di Venaria Reale. Anche lei accoltellata dal marito, anche lei vittima di una violenza domestica che si è trasformata in tragedia. L’uomo, dopo l’omicidio, è stato trovato in stato confusionale, con farmaci ingeriti, in un tentativo fallito di togliersi la vita. Un copione che si ripete, dove la disperazione si mescola alla rabbia, alla frustrazione, al senso di possesso assoluto su una persona che non viene più vista come tale, ma come un oggetto, una proprietà.

Tre donne uccise in tre giorni: l’Italia di fronte all’emergenza femminicidi

Questi episodi raccontano un male profondo, che affonda le sue radici nell’incapacità, da parte di molti uomini, di accettare l’autonomia, l’intelligenza, la cultura e il successo delle donne.

In una società che ancora premia modelli di mascolinità tossica, molti uomini vivono con insicurezza e disagio la libertà femminile. Non riescono a tollerare che una donna possa dire “no”, possa scegliere di andare via, possa affermarsi, avere idee, desideri, competenze uguali o superiori alle loro. Questa incapacità diventa, in troppi casi, frustrazione e infine violenza.

È la manifestazione di una fragilità interiore, mai elaborata, mai affrontata, che si trasforma in dominio, aggressione, sopraffazione.

Alla base c’è una carenza grave di intelligenza relazionale, ossia la capacità di costruire relazioni sane, basate sul rispetto reciproco, sull’empatia, sull’ascolto.

Troppe persone crescono senza strumenti emotivi, senza una vera educazione sentimentale, senza sapere come affrontare un conflitto, come elaborare un abbandono, come accettare un rifiuto. In questa assenza di competenze relazionali, le relazioni diventano gabbie, territori di controllo, arene di potere. E quando la relazione finisce, quando la donna decide di andarsene, l’uomo non lo accetta. Non lo sopporta. E, in alcuni casi, arriva a uccidere.

Il femminicidio è dunque l’estrema conseguenza di un modello relazionale malato, che dobbiamo cambiare alla radice. Serve una rivoluzione culturale, che parta dalle famiglie, dalle scuole, dai media.

Serve introdurre l’educazione affettiva e sessuale fin dalle elementari, rafforzare i centri antiviolenza, offrire ascolto e sostegno alle donne che denunciano.

Serve anche una giustizia più pronta, più efficace, più vicina alle vittime.

E serve, soprattutto, un cambiamento nel modo in cui gli uomini crescono e vivono le relazioni. Devono imparare che amare non significa possedere, che la forza non è dominio, ma capacità di accogliere e rispettare l’altro.

Non possiamo più limitarci a contare le vittime.

Ogni donna uccisa è un fallimento collettivo. Una sconfitta della cultura, delle istituzioni, della società tutta.

Tre donne in tre giorni sono troppe. Una è già troppo. E non possiamo più permetterci di restare fermi.

Se tu o qualcuno che conosci è in pericolo, chiama il numero antiviolenza e stalking 1522. È gratuito, attivo 24 ore su 24, e può davvero salvare una vita.

Immagine nel testo: Alle vittime del Femminicidio in ricordo di Marinella – Giardino Campagna di Alessio Trebbi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Società

Pietro Giordano

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