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De Gasperi e l’Italia che ha smarrito l’arte della politica

20 Luglio 2026

C’è un fantasma che torna ogni volta che l’Italia attraversa una fase di disorientamento politico: quello di Alcide De Gasperi, l’uomo che seppe guidare il Paese nella sua stagione più fragile senza mai alzare la voce, senza inseguire il consenso facile, senza confondere la propaganda con la verità.

A evocarlo oggi, a cinquanta anni dalla sua morte, non è nostalgia: è bisogno. Bisogno di una politica che torni a essere adulta, razionale, capace di distinguere tra ciò che è possibile costruire e ciò che è solo desiderabile. Esattamente il metodo che Pietro Scoppola – storico, laico credente, coscienza critica del cattolicesimo democratico – aveva individuato nel suo modo di governare.

De Gasperi aveva una qualità quasi incompatibile con il nostro tempo: sapeva dire dei no. Sapeva che il Paese, uscito dal fascismo e dalla guerra, non aveva bisogno di illusioni, ma di un equilibrio tra rigore e speranza.

Oggi la politica è schiacciata dal contrario: parole che promettono tutto e risultati che non arrivano mai. Mentre lo statista trentino costruiva, noi viviamo nell’era del consumo immediato della notizia, della leadership istantanea, del conflitto permanente.

La sua sobrietà appare un reperto archeologico: niente messaggi muscolari, niente culto della personalità, nessuna identificazione mistica tra leader e popolo. Eppure fu proprio questo stile essenziale a renderlo autorevole.

Oggi il centro politico italiano è un terreno indistinto, più una geografia di ambizioni personali che un progetto. De Gasperi, invece, era un centro che “guardava a sinistra”:

dialogava con il socialismo democratico,

integrava valori sociali e diritti civili,

teneva insieme moderazione e riformismo.

Non era un funambolo del compromesso. Era un costruttore di equilibri. E Scoppola lo colse con lucidità: nella sua visione non c’era difesa dell’ordine esistente, ma un avanzamento prudente e tenace, capace di includere e non di dividere.

De Gasperi e l’Italia che ha smarrito l’arte della politica

Scoppola, studiando De Gasperi, sapeva di parlare ai cattolici del suo tempo, già allora in cerca di una nuova collocazione dopo la fine della Democrazia cristiana.
Oggi la questione è ancora più radicale: i cattolici sono scomparsi come soggetto politico. Non nel senso numerico, ma culturale. Non c’è più un luogo in cui elaborare idee, non c’è un linguaggio condiviso, non c’è nemmeno un dibattito sulla società che parta da un’identità credente e la declini nel mondo pluralista.

De Gasperi aveva capito che il cattolicesimo democratico non è una riserva, ma un ponte. Da quell’intuizione nacque la stagione costituzionale, l’europeismo, il dialogo con la sinistra, la costruzione di un Welfare ancora oggi riconoscibile.

Senza quel ponte, l’Italia appare impoverita: non perché manchi il voto cattolico – quello c’è sempre – ma perché manca una cultura politica cattolica capace di parlare alla nazione.

Uno dei punti più profondi messi in luce da Scoppola è la capacità di De Gasperi di vivere la politica senza trasformarla in identità personale. Era un servizio, non un marchio. Era un dovere, non un palcoscenico. Fu messo da parte quando non serviva più. Non organizzò correnti, non cercò vendette, non lasciò eredi dinastici. Accettò il limite, anche quello più duro: la fine del proprio tempo.

Questo stile è il contrario di ciò che oggi domina: leader che non lasciano spazio, partiti che diventano comitati personali, decisioni costruite per i sondaggi, non per il Paese.

Resta un’idea molto semplice e oggi molto scomoda: la politica è un mestiere serio che richiede competenza, cultura, etica, tempo. È la lezione che Scoppola ricavava dalla vita dello statista: la storia non è mai neutra, e gli storici – come i politici – devono assumersi la responsabilità del proprio sguardo.

Resta la convinzione che la libertà è la pietra angolare della democrazia.
Resta la certezza che le riforme non nascono dall’ansia di cambiare il sistema per consolidare un potere personale, ma dalla capacità di tenere insieme differenze, territori, generazioni.
Resta, infine, una domanda: è ancora possibile un progetto politico che unisca, invece di dividere? Che guardi al futuro senza negare la complessità del presente?

De Gasperi credette che fosse possibile. Scoppola ne raccolse l’eredità intellettuale.
Noi viviamo in un Paese che avrebbe bisogno di entrambi: di quello sguardo lungo, di quella sobrietà, di quella fede nella democrazia che non teme il pluralismo, ma lo rende fecondo.

Finché mancheranno figure capaci di assumere questa eredità, continueremo a evocare De Gasperi come un gigante che si allontana nella nebbia del passato.

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Politica

Pietro Giordano

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