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De Gasperi, la pace e le contraddizioni di oggi: quando il realismo cristiano viene scambiato per moderatismo

20 Luglio 2026

Il pacifismo radicale e il cattolicesimo identitario contraddicono la lezione degasperiana: la pace non è slogan, ma costruzione faticosa di libertà, giustizia e discernimento concreto.

Il ricordo di Alcide De Gasperi torna spesso quando l’Italia attraversa uno smarrimento politico e morale. Non perché si cerchi un padre nobile da celebrare, ma perché ci si accorge di quanto la nostra discussione pubblica – anche quella che si dice cattolica, anche quella che si dice di sinistra si sia allontanata dalla responsabilità realista che guidò il suo servizio al Paese.

Non è un caso che, nelle commemorazioni per Armando Cossutta, siano riemersi toni e categorie un pacifismo assoluto, un’antica diffidenza verso l’Occidente, una critica indistinta al capitalismo che rivelano oggi un paradosso: una parte della sinistra e una parte del cattolicesimo progressista difendono posizioni che De Gasperi, per storia e per fede, non avrebbe mai potuto condividere.

Ed è una contraddizione che merita di essere compresa fino in fondo.

La tradizione degasperiana non è mai stata pacifinta, nel senso ideologico del termine:
non ridusse mai il tema della pace a un gesto emotivo, a uno slogan, a una contrapposizione simbolica.

Per De Gasperi la pace era un compito politico, non un sentimento; un progetto, non una protesta.
E soprattutto era una pace che teneva insieme giustizia, libertà e responsabilità internazionale.

Per questo:

sostenne senza esitazioni l’ancoraggio dell’Italia all’Europa occidentale,

vide nell’Alleanza Atlantica un baluardo necessario contro totalitarismi vecchi e nuovi,

comprese che la ricostruzione europea esigeva un equilibrio non ingenuo tra idealità e difesa comune.

Una posizione che lo colloca agli antipodi del pacifismo ideologico che oggi torna in parte della sinistra, dove ogni reazione armata è letta come violenza e ogni aggressione è relativizzata in nome di un antimilitarismo astratto.

È una postura nobile nelle intenzioni, ma inefficace nella storia.
E profondamente lontana dalla saggezza cristiana del limite che animava De Gasperi.

Colpisce, in alcune parole pronunciate da Rosy Bindi, un’altra forma di distanza: un cattolicesimo che, per reazione al fondamentalismo opposto, rischia di scivolare in una versione estremizzata della testimonianza pacifista, incapace di distinguere tra la nonviolenza come stile interiore e la nonviolenza come programma politico totale.

De Gasperi, la pace e le contraddizioni di oggi: quando il realismo cristiano viene scambiato per moderatismo

Bindi evoca la necessità di “regolare il capitalismo”, la nostalgia di un dialogo tra Dc e Pci, e soprattutto una lettura della pace come rifiuto categorico di ogni intervento armato.
È una posizione rispettabile, coerente con una certa sensibilità cristiana; ma quando diventa programma politico integrale, smette di essere discernimento e diventa ideologia.

E qui nasce la contraddizione con De Gasperi:

De Gasperi non confondeva l’etica personale con la politica internazionale;

non interpretava il Vangelo come un manuale geopolitico;

non riduceva la complessità del mondo a uno schema morale a due colori;

non separava mai la pace dalla libertà dei popoli.

Per lui, l’Europa e l’Italia dovevano essere costruttori di pace, sì, ma anche custodi della giustizia e della sicurezza.

Un cristiano in politica non può mai sottrarre la propria coscienza; ma non può neppure immaginare che la realtà si pieghi alle sue semplificazioni.

Nel convegno su Armando Cossutta sono riemerse due immagini:
da un lato la memoria di una sinistra disciplinata, colta, capace di pensare;
dall’altro un pacifismo rigido, incapace di riconoscere i limiti del proprio schema interpretativo.

Cossutta fu un uomo coerente, serio, di grande rigore intellettuale.
Ma il suo pacifismo, figlio della guerra fredda e di un’idea di sovranità popolare profondamente ideologica, non è un modello trasferibile nella complessità multipolare di oggi.

L’errore della sinistra contemporanea è confondere la coerenza morale con l’efficacia politica.
De Gasperi sapeva che la politica deve conciliare:

il desiderio di pace,

la tutela dei deboli,

la responsabilità verso gli alleati,

la realtà degli equilibri internazionali.

È questa maturità a mancare oggi nei nostri dibattiti.

La forza del suo realismo cristiano sta proprio nel rifiuto delle estremizzazioni: né pacifismo assoluto, né militarismo; né capitalismo selvaggio, né anticapitalismo identitario; né tradizionalismo, né progressismo ideologico.

Era un uomo della via stretta, quella che chiede ogni giorno discernimento, dialogo, coraggio e prudenza.

In questo senso, tanto la sinistra pacifista quanto il cattolicesimo radicalizzato – di destra o di sinistra – tradiscono la complessità degasperiana. Perché la riducono a slogan, la trasformano in bandiera, dimenticano che la pace non si grida: si costruisce.

Il vero lascito di De Gasperi non è un modello di partito, né una formula ideologica:
è l’idea che la politica sia un’arte difficile, che richiede studio, pazienza, realismo, ascolto.
Un’arte che non sopporta semplificazioni, né quelle sovraniste né quelle pacifiste radicali.
Un’arte che chiede cattolici capaci di discernere, non di schierarsi per tribù emozionali.

Per questo oggi più che mai è necessario dirlo con franchezza: non è De Gasperi che è lontano. Sono alcune delle nostre categorie – anche nella sinistra, anche nel mondo cattolico – ad essersi allontanate da lui.

La pace non si afferma fuggendo il mondo, ma abitando la storia con coraggio, umiltà e responsabilità. Ed è questa l’eredità che attende ancora di essere raccolta.

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Politica

Pietro Giordano

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