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Medio Oriente: pace possibile, tra realismo e responsabilità

4 Ottobre 2025

Oltre gli alibi: la pace si costruisce con realismo, non con illusioni

Immaginare che non ci siano preoccupazioni di fronte a un conflitto che non si è concluso con un vincitore e un vinto – come accadde con la sconfitta del fascismo e del nazismo – sarebbe da irresponsabili.

Il Medio Oriente resta una terra lacerata, dove il terrorismo di Hamas non è stato spazzato via e dove il governo di Netanyahu, proprio grazie alla minaccia di Hamas, continua a restare saldo al potere. Eppure, sarebbe altrettanto sbagliato negare che un passo avanti, per quanto fragile, oggi sia stato compiuto.

Rispetto a 48 ore fa, siamo in una situazione nuova: con un accordo che, pur imperfetto, apre a negoziati ulteriori e a un processo che può finalmente assumere il volto concreto di una costruzione di pace e ricostruzione.

Non è il sogno infantile di un mondo buono, bello e perfetto – un sogno che la maturità ci obbliga ad abbandonare – ma un cammino fatto di compromessi e di responsabilità, dove il valore sta proprio nella capacità di proseguire, anche tra mille contraddizioni.

Il punto vero è questo: scegliere se restare “al balcone”, sottolineando solo i limiti e le contraddizioni, oppure decidere di essere parte attiva, sostenendo ciò che di positivo emerge, pur nella consapevolezza delle difficoltà. Perché la pace non nasce da una purezza ideale, ma da un realismo che accetta di lavorare con ciò che c’è, nonostante gli errori e le colpe.

Medio Oriente: pace possibile, tra realismo e responsabilità

Certo, la cultura politica italiana fatica ad accettare questa logica. L’antiamericanismo di maniera, unito alla cultura del “siamo contro”, è sempre pronto a produrre vie di fuga e alibi: “io l’avevo detto…”, “per questo ero contrario…”.

È lo stesso atteggiamento che conduce alla disaffezione al voto o a manifestazioni vissute più come esercizio di identità che come assunzione di responsabilità concreta.

Meglio indossare la kefiah, simbolo comodo di un sentirsi dalla parte “giusta”, che assumersi l’onere di scelte vere e di posizioni scomode. Eppure, questa cultura non sposta nulla né contro un governo israeliano criminale nelle sue derive, né contro un terrorismo criminale come quello di Hamas.

Quaranta barche verso Gaza non portano aiuti a chi soffre, ma alimentano protagonismo mediatico. Uno sciopero generale, con adesioni minime in alcuni settori come la scuola, non piega un sistema politico-militare che vive di logiche globali e di rapporti di forza.

Solo il Qatar può costringere alla pace Hamas e solo Trump può farlo costringendo il Governo israeliano. Speriamo che accada.

Forse allora, invece di coltivare illusioni sterili o di rifugiarsi in alibi, è il momento di guardare con realismo e coraggio al processo che si è aperto: fragile, imperfetto, contraddittorio, ma finalmente concreto.

La pace non è mai il risultato di una resa totale, ma di una lenta e faticosa costruzione comune. Sottolineare i segni positivi non significa chiudere gli occhi di fronte ai problemi, ma contribuire a far sì che quella speranza – oggi piccola, ma reale – possa crescere.

Immagine nel testo: Doha, Qatar, Middle East di Fatih Renkligil, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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Politica

Pietro Giordano

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