Viviamo più a lungo, ed è una delle più grandi conquiste del nostro tempo. Ma abbiamo costruito una società della longevità senza costruire ancora una società della cura. La non autosufficienza non può continuare a essere una disgrazia privata affidata al reddito, ai risparmi e alla disponibilità dei figli. È tempo di considerarla un rischio sociale e di assicurarlo collettivamente.
C’è un lavoro che comincia spesso quando finisce il lavoro. Si esce dall’ufficio, si passa in farmacia, poi dalla madre anziana per controllare che abbia preso le medicine, si prepara qualcosa da mangiare, si telefona al medico, si accompagna il padre che non guida più a una visita, si torna a casa e il giorno dopo si ricomincia. Nessuno timbra un cartellino, nessuno emette una fattura, quella fatica non entra nel PIL e molto spesso non viene neppure chiamata lavoro, eppure proviamo per una settimana a toglierla e scopriremo immediatamente quanto vale.
È uno dei grandi paradossi della nostra economia. Se pago una persona per assistere mio padre, quella prestazione diventa reddito, occupazione, produzione misurabile, se sono io a lavarlo, vestirlo, preparargli il pranzo, accompagnarlo dal medico e restare con lui quattro ore, economicamente sembra non essere accaduto nulla, eppure ho prodotto qualcosa di essenziale, ho permesso a una persona fragile di continuare a vivere nella propria casa, forse ho evitato un ricovero, certamente ho sostituito una prestazione che altrimenti qualcuno avrebbe dovuto pagare e magari, per farlo, ho rinunciato a ore di lavoro, carriera, reddito, riposo e vita personale.

Questo equilibrio, già fragile, è destinato a diventare sempre più difficile. L’Italia invecchia, le famiglie diventano più piccole, i figli sono spesso lontani dai genitori, le donne lavorano e non è più pensabile affidare implicitamente a loro quella gigantesca quantità di assistenza gratuita sulla quale per decenni abbiamo costruito il nostro welfare familiare. Vivere più a lungo è una conquista straordinaria, non un problema. Il problema nasce quando una società conquista dieci o vent’anni di vita in più senza organizzare ciò che può accadere durante quegli anni.
Finora abbiamo trattato la non autosufficienza soprattutto come una disgrazia privata. Quando arriva, ogni famiglia convoca il proprio piccolo consiglio di crisi. Chi può occuparsi di mamma? Quanto costa una badante? Possiamo permetterci una RSA? Uno dei figli può lavorare meno? Quanto dureranno i risparmi? Possiamo utilizzare la pensione? E quando pensione e risparmi non bastano arriva persino la domanda che nessuno vorrebbe farsi, dobbiamo vendere la casa? Il risultato è che la qualità dell’assistenza dipende dalla combinazione casuale tra patrimonio, reddito, numero dei figli, loro disponibilità e territorio nel quale si vive. Chi ha molto compra assistenza, chi ha poco cerca ciò che riesce a ottenere dal pubblico, in mezzo stanno milioni di famiglie che consumano denaro e tempo cercando di tenere insieme tutto.
Dovremmo invece considerare la non autosufficienza per quello che sta diventando, uno dei grandi rischi sociali del XXI secolo, esattamente come abbiamo imparato a considerare la malattia, la disoccupazione, gli infortuni e la vecchiaia. Nessuno sa se a ottantacinque anni sarà ancora perfettamente autonomo oppure avrà bisogno di qualcuno per alzarsi dal letto. Proprio perché non possiamo saperlo, quel rischio non può essere lasciato interamente sulle spalle di chi avrà la sfortuna di incontrarlo.
L’Italia dovrebbe allora costruire progressivamente una vera assicurazione sociale universale per la non autosufficienza, prendendo ciò che funziona dalle esperienze europee, a cominciare da quella tedesca. Un sistema finanziato con contributi piccoli e progressivi durante la vita attiva, integrato dalla fiscalità generale per chi non può contribuire, attraverso il quale condividere un rischio che oggi affrontiamo quasi individualmente. Non l’ennesimo bonus, non una misura diversa a seconda del governo di turno, ma un nuovo pilastro stabile della protezione sociale.
Quando arriva la non autosufficienza, alla persona dovrebbe essere riconosciuto un budget personale di cura, graduato sulla base delle sue effettive necessità e utilizzabile per costruire il percorso più adatto, assistenza domiciliare, badante regolarmente assunta, centro diurno, adattamento dell’abitazione, tecnologie per l’autonomia e, quando davvero necessario, struttura residenziale. La priorità dovrebbe essere permettere alle persone di rimanere nella propria casa il più a lungo possibile, non soltanto perché quasi tutti lo desiderano, ma perché una buona domiciliarità può evitare che ogni bisogno assistenziale finisca per trasformarsi in un problema sanitario o in un ricovero.
Ma c’è un secondo pilastro senza il quale qualsiasi riforma rimarrebbe incompleta, riconoscere chi cura. Un figlio che dedica venti ore alla settimana a un genitore non autosufficiente non sta semplicemente compiendo un gesto d’affetto. Sta svolgendo anche una funzione sociale che altrimenti dovrebbe essere assicurata da qualcun altro. Servono periodi di sollievo, servizi sostitutivi, formazione, maggiore flessibilità lavorativa e forme di tutela previdenziale per chi è costretto a ridurre significativamente il proprio lavoro. La famiglia deve continuare a essere un luogo di solidarietà, ma non può diventare il sostituto gratuito dello Stato sociale.
Una riforma del genere costerebbe, naturalmente. Ma anche non farla costa, solo che abbiamo imparato a non vedere quel costo. Lo pagano le famiglie con le badanti, lo pagano i figli rinunciando a ore di lavoro, lo pagano soprattutto le donne quando riducono occupazione e carriera, lo paga il sistema sanitario quando una persona che avrebbe bisogno di assistenza domiciliare finisce impropriamente in ospedale, lo pagano gli anziani quando devono consumare i propri risparmi o vendere il patrimonio accumulato durante una vita.
È questo il punto che dovremmo finalmente mettere dentro i conti. La cura non è un residuo dell’economia, è una delle infrastrutture che permettono all’economia di funzionare. Senza qualcuno che si occupi dei bambini, degli anziani, delle persone disabili e di chi perde temporaneamente la propria autonomia, anche chi apparentemente appartiene al mondo produttivo prima o poi deve fermarsi.
C’è infine una questione culturale. Siamo abituati a presentarci attraverso una domanda quasi automatica, “che lavoro fai?”, come se il nostro posto nella società coincidesse interamente con ciò che produciamo e con ciò per cui veniamo pagati. La filosofa Jennifer Nedelsky ne suggerisce implicitamente un’altra, molto più semplice e forse altrettanto importante, “di chi ti prendi cura?”
Dovremmo cominciare a farcela più spesso. Perché una società non si regge soltanto su chi produce, vende, costruisce, insegna e amministra. Si regge anche su milioni di persone che questa sera prepareranno una cena, cambieranno una medicazione, accompagneranno qualcuno in bagno, organizzeranno una visita o semplicemente resteranno sedute accanto a una persona che non può essere lasciata sola.
Nei nostri conti tutto quel tempo continua a valere quasi zero. Basta che per un giorno venga a mancare per scoprire che tiene in piedi un pezzo intero dell’Italia.





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