Il Servizio sanitario nazionale resta una delle più grandi conquiste sociali del Paese e sulle liste d’attesa arrivano finalmente alcuni segnali positivi, ma milioni di italiani continuano a rinunciare a visite ed esami. Per chi vive nelle aree interne la difficoltà è spesso doppia, bisogna aspettare e bisogna percorrere decine di chilometri. Proprio qui la telemedicina può diventare una delle grandi opportunità della sanità pubblica, portando una parte delle cure dove vive il cittadino anziché costringere sempre il cittadino a raggiungere le cure.
C’è una domanda molto semplice con la quale dovremmo misurare il nostro sistema sanitario, quando una persona ha bisogno di una visita, di un controllo o di un esame, riesce ad ottenerlo nel momento e nel luogo in cui ne ha bisogno?
Qualche segnale di miglioramento esiste. Nel primo semestre del 2026 AGENAS ha registrato 14,9 milioni di prestazioni monitorate contro i 13,3 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente, con oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più garantiti entro i tempi previsti. È un risultato importante, soprattutto perché riguarda anche le priorità urgenti e brevi.
Ma il problema rimane enorme. Nel 2024 quasi 5,8 milioni di italiani, il 9,9 per cento della popolazione, hanno rinunciato almeno a una visita o a un accertamento diagnostico di cui avevano bisogno, soprattutto per le lunghe attese o per il costo della prestazione.
È qui che nasce una sanità a due velocità. Chi possiede qualche centinaio di euro può spesso rivolgersi al privato, chi non li possiede aspetta, rimanda o rinuncia.
Ma esiste anche un’altra disuguaglianza, meno raccontata, quella determinata dal luogo in cui si vive.
Per un anziano che abita in un piccolo comune dell’Appennino, in un paese lontano dall’ospedale o in una delle tante aree interne italiane, ottenere una prestazione può significare trovare qualcuno che lo accompagni, percorrere molti chilometri, affrontare trasporti pubblici insufficienti e dedicare un’intera giornata a un controllo che magari dura quindici minuti.
I dati Istat confermano questa difficoltà, nelle aree interne si ricorre meno alle prestazioni ambulatoriali, mentre risultano più elevati i ricoveri ospedalieri e la mobilità sanitaria fuori regione, segnali di un’assistenza territoriale ancora troppo debole e di una presa in carico spesso tardiva.
È proprio qui che la telemedicina potrebbe cambiare radicalmente il modo di concepire la sanità.
Non significa sostituire il medico con uno schermo e nemmeno pensare che ogni diagnosi possa essere fatta da casa. Ci sono visite che richiedono la presenza fisica, esami diagnostici, interventi, urgenze e situazioni nelle quali il rapporto diretto con il medico rimane indispensabile.
Ma moltissime prestazioni possono essere organizzate diversamente.
Una persona con diabete, scompenso cardiaco, ipertensione o altre patologie croniche può essere controllata a distanza, alcuni parametri possono essere trasmessi periodicamente al medico, una visita di controllo può in determinati casi essere effettuata in video, uno specialista può consultarsi con il medico di famiglia senza costringere il paziente a spostarsi, mentre infermieri e assistenza domiciliare possono diventare il collegamento fisico tra la casa e il sistema sanitario.
La Piattaforma nazionale di telemedicina prevede proprio servizi come televisita, teleassistenza, telemonitoraggio e teleconsulto, collegando le infrastrutture regionali a un sistema nazionale comune.

Non siamo più soltanto nel campo delle sperimentazioni. Il PNRR aveva fissato l’obiettivo di almeno 300 mila persone assistite attraverso strumenti di telemedicina entro giugno 2026 e il Ministero della Salute ha comunicato il raggiungimento del target.
Adesso però comincia la parte più difficile, trasformare un obiettivo numerico in un servizio normale.
La telemedicina dovrebbe essere utilizzata soprattutto dove la distanza produce disuguaglianza, nei piccoli comuni, nelle zone montane, nelle campagne, nei territori nei quali diminuiscono i medici e aumenta il numero degli anziani. Il PNRR lega infatti esplicitamente telemedicina, assistenza domiciliare e l’idea della casa come primo luogo di cura, prevedendo anche di ampliare la presa in carico domiciliare degli over 65.
Naturalmente bisogna evitare di creare una nuova disuguaglianza digitale. Non possiamo dire a un ottantacinquenne che vive solo di scaricare un’applicazione e considerare risolto il problema.
Servono punti di telemedicina assistita nelle Case della Comunità, nelle farmacie, negli ambulatori dei piccoli comuni, personale capace di aiutare chi non possiede competenze digitali, connessioni efficienti e strumenti semplici. La tecnologia deve avvicinare la sanità alle persone, non diventare un altro ostacolo.
E potrebbe produrre anche un secondo risultato, liberare tempo e spazi per le prestazioni che richiedono realmente la presenza fisica. Se parte dei controlli dei pazienti cronici viene gestita attraverso telemonitoraggio e televisita, ambulatori e specialisti possono dedicare maggiore capacità a chi deve essere necessariamente visitato di persona.
Questa dovrebbe essere la vera rivoluzione della sanità territoriale, non costruire soltanto nuove strutture, ma creare una rete nella quale ospedale, medico di famiglia, infermiere, Casa della Comunità, domicilio e tecnologia comunichino tra loro.
La sfida delle liste d’attesa non si vince soltanto facendo qualche visita in più, si vince organizzando diversamente la domanda di salute.
Perché il diritto alla cura non dovrebbe dipendere né dal saldo del conto corrente né dal codice postale.
Una sanità è davvero universale quando chi vive in un piccolo paese può avere la stessa possibilità di essere seguito di chi abita a pochi minuti da un grande ospedale. Se usata bene, la telemedicina può finalmente cominciare ad accorciare quella distanza.





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